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Paradossi. Laureati a casa. Ma mancano gli infermieri. Dati della Sapienza: posti vacanti dove la laurea non serve

L’ Italia continua a investire male nel suo capitale umano. Prova ne è la mancanza di connessione tra il sistema universitario e la formazione professionale da un lato, e il mercato del lavoro dall’altro. Solo il 56,7% dei 21.782 laureati de La Sapienza nelle sessioni comprese tra il 1 marzo del 2008 e il 28 febbraio dei 2009 ha stipulato, nei tre anni successivi, un contratto di lavoro dipendente o parasubordinato.

Scelte

Gli altri o hanno avviato un’attività autonoma (in particolare i laureati in giurisprudenza, medicina e architettura) o sono rimasti disoccupati. Il dato lo si evince da una ricerca commissionata dal ministero del Lavoro, Italia Lavoro e dalla Sapienza. I 12.351 laureati che sono riusciti a trovare un contratto alle dipendenze, evidenzia lo studio, hanno stipulato nel triennio 46.499 contratti. Di questi, solo il 7,7% sono stati rapporti a tempo indeterminato, di cui il 4,7% in regime full time e il 3% part time . Più del 92% sono dunque contratti non standard, a termine, collaborazioni, tirocini, oltretutto in molti casi di breve durata.

Le carriere professionali intraprese dai laureati non corrispondono poi, in tanti casi, al percorso di studi seguito. Puntare sulla specialistica e ottenere un buon voto di laurea ha sicuramente il suo peso, ma quel che conta di più è la facoltà che si sceglie, con maggiori possibilità di occupazione per ingegneri e laureati in materie economiche. «E’ evidente che il mondo universitario italiano, ad eccezione di alcune eccellenze, non sia oggi in grado di preparare e indirizzare gli studenti al mercato del lavoro. Il sistema produttivo non valorizza infatti il capitale umano che esce dagli atenei», commenta Romano Benini, direttore del master in Management dei servizi per il lavoro della Link Campus University di Roma e coordinatore di progetti europei per lo sviluppo occupazionale.

La situazione non va meglio nell’ambito della formazione professionale, anche per quelle mansioni che non richiedono un’alta qualificazione. Secondo il monitoraggio condotto nel primo trimestre dell’anno dalla Fondazione studi del consiglio nazionale dell’Ordine dei consulenti del lavoro, i posti di lavoro disponibili che nessuno cerca sono stati ben 35.000. Nonostante il tasso di disoccupazione abbia raggiunto il 12,6%, il 42,9% se si considerano i 15-24enni, le imprese faticano a trovare diverse figure professionali.

Mancanze

Gelaterie, pasticcerie e pizzerie hanno organici scoperti. Scarseggiano poi i raccoglitori di frutta e ortaggi, e i trebbiatori. In Italia mancano oggi all’appello 230 mila specialisti in informatica, telecomunicazioni e nelle professioni legate all’ebusiness. Il 36% delle imprese ha difficoltà a reperire figure qualificate, soprattutto in campo ingegneristico, ma anche amministrativo, finanziario e commerciale. Il nostro sistema sanitario è di buon livello, ma ha sofferto lo scorso anno per la mancanza di 60.000 infermieri. E nei prossimi anni, alla luce dell’invecchiamento della popolazione, avrà bisogno di 250 mila unità in più rispetto alle attuali 390 mila. «La formazione professionale oggi non è in grado di rispondere alle necessità delle imprese, non le monitora e non ne tiene conto, sperperando in questo modo soldi pubblici — prosegue Benini —. Il paradosso è che i finanziamenti europei, gestiti dalle regioni con logiche e modalità differenti da ente a ente, fanno lavorare i formatori più che i formati». Il governo ha espresso l’intenzione di intervenire sul sistema, dando vita, nell’ambito del Jobs act, a un’Agenzia unica federale che coordini e indirizzi i centri per l’impiego e la formazione.

Corriere Economia – 15 settembre 2014 

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