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Parlamento, gli stipendi dei dipendenti pronti a salire (ancora). La nuova funzione del Senato imporrà l’unificazione dei trattamenti. Per alcuni l’aumento sarebbe di 2200 euro nette al mese

di Sergio Rizzo. Più basso, più alto o magari «soltanto» medio? Ecco il dilemma che scuote gli animi di quanti in questi giorni stanno trattando con gli innumerevoli sindacati di Camera e Senato (ventitrè in tutto) il passaggio al mitico ruolo unico dei dipendenti parlamentari. Qui si sta parlando dell’indennità di funzione, ossia di quella voce dello stipendio che si somma alla paga base come riconoscimento di un particolare incarico: segretario generale, consigliere capo, coordinatore…

Una voce niente affatto esigua, congelata con l’applicazione anche in parlamento dei tetti conseguente all’introduzione del limite di 240 mila euro per le retribuzioni pubbliche. Ma che ora, con l’unificazione dei trattamenti di Camera e Senato sarà sbloccata.

«Non potete penalizzarci»

Il problema è a quale livello. La proposta dell’amministrazione è di parametrare le indennità di funzione al livello «più basso tra quello stabilito al Senato e quello previsto alla Camera alla data del 31 dicembre 2012». I sindacati hanno invece proposto l’allineamento «al valore medio». Ma c’è chi invece immagina un punto di caduta ancora diverso: l’allineamento al valore più alto. Che poi sarebbe quello del Senato, dove in alcuni casi il surplus rispetto alle indennità riconosciute alla Camera è di assoluto rilievo. Le pressioni sono convergenti sulla considerazione che i dipendenti del Senato, nel caso in cui ci si riferisse al valore più basso, subirebbero una ingiusta penalizzazione: d’altra parte il ruolo unico prevede trattamenti allineati e dunque se si mantenessero per i dipendenti di palazzo Madama le vecchie indennità, queste dovrebbero spettare anche ai lavoratori di Montecitorio.

«Un aumento di 2.200 euro netti al mese»

E qui non si possono che sottolineare due aspetti. Il primo è che le indennità verrebbero comunque riportate al livello del 31 dicembre 2012. Con un aggravio di spesa, ha denunciato il segretario grillino dell’ufficio di presidenza della Camera, Riccardo Fraccaro, di 3 milioni e mezzo l’anno. Sostenendo che l’attribuzione delle suddette indennità avverrebbe in modo generalizzato, favorendo ben 138 funzionari su 151. Secondo questa tesi il segretario generale della Camera potrebbe beneficiare di «un aumento di stipendio di 2.200 euro netti al mese». Senza poi considerare che gli organismi interni di Camera e Senato hanno già stabilito che il tetto dei 240 mila euro avrà efficacia in Parlamento solo transitoria, fino al 31 dicembre del 2017. Dopo quella data si potrebbe così tornare ai vecchi regimi retributivi che garantivano ai dipendenti del parlamento una paga media (media!) di oltre 150 mila euro l’anno.

Senza controllori

Il secondo aspetto è ancora più singolare. Perché accadrebbe che il Senato, declassato a Camera dei localismi, diventerebbe paradossalmente il punto di riferimento retributivo del Parlamento. E qui, scorrendo le proposte su questo benedetto ruolo unico, emerge pure prepotentemente il cuore di un problema che non si è mai voluto affrontare. Dunque nemmeno risolvere. Perché se è vero che per la prima volta si introdurrebbe anche un metodo di valutazione dei dipendenti (con alcune surreali richieste sindacali, per ora rigettate, quale quella di «concedere al valutato la possibilità di valutare il responsabile della valutazione»), è altrettanto vero che si continua a escludere ogni forma di controllo esterno. Il Parlamento italiano continuerà a essere rigorosamente gestito secondo il principio dell’autodichìa, quello in base al quale tutte le decisioni sono prese all’interno e le Camere rendono conto esclusivamente a se stesse: nessuno può metterci bocca. Ma nel 2016 è ancora accettabile un sistema del genere?

Corriere.it – 6 aprile 2016

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