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Partecipate locali, via una poltrona su due. Con l’attuazione della riforma in bilico più di 15mila posti nei cda. Attesi anche i nuovi parametri che limitano indennità e compensi

Nella riforma delle società partecipate è scritto l’addio a un posto ogni due per gli amministratori delle aziende pubbliche. L’obiettivo, ambizioso, è quello di ridurre almeno della metà la platea delle 37mila cariche censite esattamente due anni fa dal rapporto dell’allora commissario alla spending review Carlo Cottarelli, che aveva calcolato in 450 milioni di euro all’anno il costo diretto di indennità e gettoni ma soprattutto aveva evidenziato gli oneri prodotti dal proliferare delle microaziende con le loro strutture.

Le forbici per i consiglieri di amministrazione sono mosse nelle intenzioni della riforma in due modi: con la cancellazione delle società fuori regola e, nelle aziende che continueranno a vivere anche nel nuovo contesto, dal principio dell’«amministratore unico» al posto del consiglio di amministrazione; principio a cui si potrà derogare per «ragioni di adeguatezza organizzativa» solo nelle realtà più grandi, che andranno individuate sulla base di criteri fissati con un decreto di Palazzo Chigi. Un altro provvedimento della presidenza del Consiglio, entro 30 giorni dall’entrata in vigore della riforma che ora attende solo la pubblicazione in «Gazzetta Ufficiale», dovrà invece dividere le partecipate in fasce (fino a cinque) per fissare altrettanti limiti ai compensi dei loro manager.

In fatto di riduzione dei posti da amministratore, l’impatto maggiore dovrebbe arrivare dalla chiusura delle società che la riforma mette “fuori-legge”. Si tratta, in particolare, delle aziende che sono «mini» nei numeri di bilancio, perché non raggiungono l’asticella del milione di euro di fatturato confermata dal testo definitivo nonostante le richieste di riduzione del Parlamento, ma che nel loro insieme raggiungono dimensioni imponenti. Secondo l’ultimo rapporto del ministero dell’Economia, basta questo parametro a decretare l’addio a più di 2.700 partecipate delle amministrazioni locali, a cui si aggiunge l’ampia maggioranza delle 2.630 i cui bilanci sono finora sfuggiti al censimento ministeriale: in genere, ovviamente, si tratta di aziende piccole o piccolissime, cioè proprio le prime che la riforma vuole eliminare.

Non sono solo le piccole dimensioni, però, a mettere in bilico la sopravvivenza delle società pubbliche, perché la riforma impone agli enti proprietari di cancellare anche le aziende “doppione”, cioè attive in settori affini o analoghi a quelli già già coperti da altre partecipate, oppure quelle che non si occupano degli ambiti consentiti dalle nuove regole: servizi di interesse generale, opere pubbliche, attività strumentali alla Pa o di supporto al non profit. Il ministero dell’Economia, sempre nell’ultimo rapporto, ha contato 1.651 partecipate locali attive in settori diversi, dai servizi professionali al turismo senza trascurare il commercio all’ingrosso e al dettaglio, e molte di queste sono messe nel mirino dalla riforma anche se superano i parametri dimensionali e di fatturato.

Oggi nelle società locali ci sono tre consiglieri di amministrazione, che arrivano a cinque quando il capitale supera i due milioni di euro o è aperto alle partecipazioni private. Se il mix di obblighi e sanzioni messo in campo dalla riforma funzionerà davvero, quindi, la chiusura di oltre 5mila società che rappresenta l’obiettivo minimo dovrebbe cancellare intorno ai 15mila posti da amministratore.

Resta poi il capitolo delle aziende destinate a proseguire il loro cammino, dove oggi operano almeno 6mila amministratori. Molto dipende ovviamente da quanto in alto saranno fissati i parametri del decreto di Palazzo Chigi che deve indicare i casi in cui il cda non sarà costretto a lasciare il passo all’amministratore unico: sul punto è facile immaginare un serrato tira e molla fra la spinta del governo a dare segnali «taglia-poltrone» e le resistenze in nome della governance.

Gianni Trovati – Il Sole 14 Ore – 21 agosto 2016 

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