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Partecipate, spreco veneto. Una su cinque è in perdita e serve solo a dare incarichi. Gli enti locali ne hanno 500

I conti non tornano. Ed è chiaro che per farli quadrare serviranno un sacco di soldi che i funzionari del ministero delle Finanze cercheranno molto probabilmente nelle pieghe più recondite dei bilanci degli enti locali.

Questa volta però i presidenti di Regione hanno deciso di giocare d’anticipo e di dichiarare una guerra preventiva alle intenzioni del governo. Anche se venerdì il premier Matteo Renzi ha promesso (come al solito via twitter) che non ci saranno tagli ai bilanci della Sanità delle regioni in equilibrio, il governatore Luca Zaia ha ricordato al presidente del consiglio che se alla fine verrà tolto anche un solo centesimo agli ospedali del Nordest, la regione darà il via a uno sciopero fiscale. «Il Veneto è pronto a non pagare più le tasse», ha detto il governatore a cui ha fatto eco l’assessore regionale alla Sanità Luca Coletto al grido di «noi abbiamo già dato, ora tocca allo Stato ridurre gli sprechi e tagliare le partecipate». D’altra parte gli enti locali di queste latitudini hanno fatto già abbastanza sacrifici: per non sforare i vari Patti di stabilità e per restare in equilibrio i sindaci veneti avrebbero ridotto, sistemato e tagliato tutti gli sprechi distinguendosi per virtuosità.

Ma è veramente così? Alla luce dei conti fatti dal commissario alla spending Carlo Cottarelli gli enti locali non sarebbero proprio così virtuosi come hanno sempre voluto far credere. Nonostante le potature di questi ultimi anni, la quasi totalità dei Comuni veneti (il 97%) ha fatto quadrare i conti tagliando i servizi ai cittadini, ma non ha scalfitto di un millimetro le partecipazioni societarie che avrebbe dovuto cedere. Al 31 dicembre dell’anno appena trascorso (i dati non sono aggiornati al 2014), i nostri sindaci o i loro delegati risultano presenti in più di cinquecento società più o meno utili alla causa pubblica di cui più di cento sono in perdita secca. E si badi: qui non si tratta soltanto di società interamente pubbliche che fanno mettere le mani nei capelli quando si parla di bilanci o di compensi dei manager, ma di aziende quasi del tutto private in cui i municipi si sono inspiegabilmente infilati con quote più o meno imponenti di denaro, perdendo milioni.

L’esempio più lampante è quello delle banche. Anche se ci sono evidenti collegamenti territoriali, non è chiara la strategia che ha spinto i Comuni di Vicenza, Montebelluna e Padova a investire rispettivamente nelle quote della Banca Popolare di Vicenza, in Veneto Banca o nella Banca Etica in un momento di particolare burrasca finanziaria.

E se le partecipazioni dei Comuni negli istituti di credito lasciano qualche dubbio (le azioni bancarie scendono, ma salgono anche), la presenza azionaria in società che sono in perdita da anni dà ancora di più da pensare. Perché, sia chiaro, nessuno sostiene che gli investimenti pubblici debbano forzatamente seguire la stessa logica di quelli dei privati cittadini ed essere sempre e comunque redditizi. Un conto è avere quote di aziende che somministrano energia, erogano acqua o riciclano rifiuti, un altro è dover garantire il trasporto pubblico, l’istruzione o la sanità (e questi ultimi servizi sono spesso in perdita). Ma una società su cinque in Veneto è sostanzialmente una scatola vuota che non produce né denaro né servizi utili al cittadino.

«Decine di queste partecipate distribuiscono più cariche nei consigli di amministrazione di quanti siano i dipendenti effettivi», ha scritto Cottarelli al premier Matteo Renzi. Sono aziende che sulla carta forniscono consulenze, supportano le comunicazioni, pubblicano libri o promuovono eventi. Perfino le fiere sono un disastro. In tutta la regione l’unica società fieristica capace di dare qualche risultato degno di un investimento è quella di Vicenza, seguita da quella di Verona. Le altre non valgono nulla di nulla, ma sono ugualmente partecipate dai Comuni che non vogliono rinunciarci. Eppure il parametro di valutazione utilizzato da Cottarelli non lascia dubbi. Il Roe (Return on equity) ci dice se un’azienda è efficiente sulla base del ritorno del capitale investito. In pratica il Roe ci dice quanti centesimi tornano in tasca al socio per ogni euro messo dentro. E ci dice anche che lo spreco più evidente in tutto il Veneto è l’investimento del Comune di Verona in Serenissima Partecipazioni (vedi grafico). La controllata della A4 Holding guidata da Attilio Schneck (Flavio Tosi è presidente di un’altra controllata della A4 Holding, l’Autostrada Brescia-Padova) garantisce al municipio scaligero una perdita secca di 83 euro per ogni biglietto da cento investito. Non tanto da meno sono le partecipazioni del Comune di Pieve di Soligo in Asco Tlc che pur occupandosi di fibra ottica che tanto piace ai naviganti (del Web) perde il 72% del patrimonio investito facendo più danni anche della Venice International University che insediatasi nell’isola di San Servolo a Venezia non ne vuole sapere di andare in pareggio. Si può fare peggio di così? Certo. Ma in questi casi la perdita è più contenuta. Perché per scovare le società più affamate di denaro, quelle che prendono e non restituiscono neanche uno straccio di servizio bisogna scendere di grado. Bisogna analizzare le partecipate delle partecipate, le aziende con capitali inferiori al milione di euro e spesso anche al di sotto della soglia dei centomila euro. Società come Aim Bonifiche, azienda specializzata in rifiuti pericolosi che perde il 166% di quanto investito, il consorzio turistico Auronzo d’Inverno che perde il 128% o il Miani Park, il parcheggio scambiatore di Treviso vicino all’Appiani di proprietà dell’Actt che perde il 117%. Per andare ancora più sotto si deve scavare nelle macerie dei consorzi di promozione turistica e nella miriade di fondazioni culturali in cui i Comuni si sono infilati. E sotto le macerie ci sono solo le scoasse . Sifagest, (controllata da Veritas e già messa in liquidazione), perde tre euro e mezzo per ogni singolo euro investito dal Comune di Venezia. La spazzatura, il gas e l’energia però rendono anche. Il Ciat (Consorzio per l’ambiente) fa guadagnare al Comune di Vicenza l’83% dell’investimento, La multiutility Asm dà a Rovigo il 77% e le farmacie comunali non mancano di dare soddisfazioni. C’è infine anche una consolazione: i soldi pubblici che finiscono nelle società in perdita ritornano ai veneti. Per la precisione a quei 25 mila che ci lavorano dentro o che hanno un incarico in cda

Alessio Antonini – Corriere del Veneto – 14 settembre 2014 

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