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Partono domani i test delle facoltà a numero chiuso. Boom di iscrizioni a medicina in inglese. Oltre 68 mila i partecipanti negli atenei.

Dottori senza frontiere. Boom di iscrizioni a medicina in inglese. Oltre 68 mila i partecipanti negli atenei. Ma la sorpresa sono le richieste per i corsi in lingua: tanti studenti ora sognano l’estero
Sarà perché l’insegnamento è più pragmatico, si lavora sui manichini già dal secondo anno. E si studia anche la robotica, l’ingegneria genetica e il modo di rapportarsi coi pazienti, i parenti e l’équipe medica. O sarà perché il miraggio dell’estero per la generazione Erasmus è una bella prospettiva, viste le difficoltà in Italia per i medici, pur in presenza di una vera e propria emergenza dovuta alla loro carenza. Ma quest’anno impazza l’anatomia studiata in lingua inglese. È boom delle iscrizioni al test per entrare ai corsi di laurea in Medicine and Surgery: gli iscritti sono 10.450, ben 2.790 in più dello scorso anno, per 761 posti. Ci sarà più tempo per prepararsi, la prova è il 12 settembre.
L’ansia invece è alle porte per chi tenta il test per Medicina che si tiene domani nelle università italiane: cento minuti per risolvere 62 quesiti di cultura generale, logica (qui le domande sono state dimezzate), biologia, chimica, fisica e matematica. L’assalto degli aspiranti medici cresce di anno in anno. E stavolta ha giocato il fattore psicologico di posti in più concessi dal Miur in accordo coi rettori: 1789, per un totale di 11.568.
Non che cambi di molto le opportunità di farcela: gli iscritti sono 68.694, mentre erano 67.005 nel 2008. Le porte sono spalancate nel solo ateneo di Ferrara dove le domande sono 1.312 per 600 posti (erano 183 lo scorso anno). La crisi di governo ha bloccato la sperimentazione proposta dal rettore Giorgio Zauli di togliere il numero chiuso prevedendo un anno di esami prima della selezione. «In questo momento non abbiamo interlocutori per andare avanti, ma non mollo la presa». Intanto i posti sono triplicati. «L’aumento va nella direzione di eliminare il numero chiuso, quello che noi chiediamo» commenta Enrico Gulluni coordinatore dell’Unione degli universitari. «I corsi in inglese? È una tendenza che ci preoccupa perché conferma che gli studenti vedono già il loro futuro lontano dall’Italia ». Tra i camici bianchi europei che lasciano il loro Paese, il 52% è rappresentato da nostri connazionali. Il 20% dei laureati in Medicina a Bari ha chiesto il trasferimento all’estero: troppi, commenta Filippo Anelli, presidente della federazione degli Ordini dei medici chirurghi e odontoiatri (Fnomceo). «Bisognerebbe intervenire per eliminare le disuguaglianze di risorse tra università del Sud e del Nord». Anelli non è sorpreso dall’aumento delle domande, «la professione medica da sempre attira i giovani e le domande per i corsi in inglese cresceranno ancora perché la selezione è più limitata». Per Franco Trevisani, coordinatore della laurea in Medicine and Surgery di Bologna, sono i contenuti e non la prospettiva di una fuga all’estero a motivare il boom di domande. «Sono più innovativi e meno teorici, noi ci siamo ispirati alle università che sperimentano di più come la Charité di Berlino e la Brown University americana», spiega il professore di clinica medica. Rosario Rizzuto, rettore dell’università di Padova, concorda: «I ragazzi cercano un contesto internazionale. L’unico problema è che dovremmo attirare anche iscritti dall’estero, cosa difficile se le date del test non saranno anticipate in primavera».
I riflettori rimangono accesi sui grandi numeri degli aspiranti al camice bianco. Il nodo rimane l’imbuto tra la laurea e le scuole di specialità sebbene quest’anno i contratti di formazione medica specialistica siano cresciuti da 6.934 a 8.905 (+29%). A questi vanno aggiunti circa 900 contratti finanziati da fondi regionali e privati. Ma rimangono ancora 10mila medici laureati fuori dalle specialità. L’obiettivo, spiega Anelli, «è fare in modo che ad ogni laureato in Medicina corrisponda un percorso post laurea con un impegno finanziario per smaltire l’imbuto accumulato». Intanto i 68mila sperano almeno di cominciare. Uno su 6 ce la farà.
Repubblica

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