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Patroni Griffi, l’eterna poltrona. Da vent’anni sempre incarichi

Il ‘nuovo’ sottosegretario alla presidenza del Consiglio colleziona incarichi da vent’anni negli esecutivi di ogni colore: da Ciampi a Dini, da Prodi a D’Alema, da Berlusconi a Monti. E’ l’Italia del potere che sta sempre a galla, fatta di relazioni e scaltrezza

Filippo Patroni Griffi adorano permanere nella cosa pubblica. Per cacciarne uno, nel 1860, c’è voluto Giuseppe Garibaldi in persona, che esiliò a Gaeta l’avo borbone dell’omonimo neo Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio. E oggi l’erede può vantare il primato d’essersi visto promuovere sul camposopravvivendo, dopo la mareggiata elettorale e il varo della Letta Concordia, a chi del multiforme acquario montiano è già finito osso di seppia. 
Un mix di competenza e scaltrezza che fa, da vent’anni, vagare Patroni Griffi di Ministero in Ministero, con la nomea del mammasantissima della semplificazione (“più indiscusso che indiscutibile”, dice un suo collega) e con la curiosa abilità di prendersi i meriti e scaricare gli insuccessi sugli altri. Lasciando così intatta l’allure del vincente di successo. Come Ministro per la pubblica amministrazione, ad esempio, ha lasciato un campo minato al successore, Gianpiero D’Alia, che manco nominato s’è affrettato ad aprire l’ombrello: “Negli ultimi anni la burocrazia si è moltiplicata, facendo da freno alle imprese”. Una visione ambiziosa e riformista dei problemi, quella di Patroni Griffi, ma con una decisa propensione per le opere “incompiute”. 

Napoletano, classe ’55, modi garbati adiacenti al sussiego, refrattario alle polemiche da cortile (ma se coinvolto, è uso ridurre al silenzio lo sfidante), ama parlare dei suoi successi attraverso interviste, che concede con una frequenza quasi matematica di due per mese. Delle origini nobiliari conserva qualcosa in più del doppio cognome; lo stemma di famiglia, infatti, rappresenta per metà un braccio che stringe un’ancora sopra il mare, per metà un grifone, la leggendaria creatura mezza aquila mezza leone. E anche l’araldica aiuta a comprendere il curriculum di chi sa restare a galla anche grazie a una natura elettivamente bipartisan.

Correre a fil di riflettore, restando in ombra, l’ha aiutato a non esser mai stato lambito da sospetti. Né è bastata un’accusa velenosa e mai decifrata di simpatie massoniche rivoltagli dall’ex montiano Carlo Malinconico, che sulle sue dimissioni forzate dal Governo oracolò: “La massoneria si è attivata per tirarmi fuori gioco dal delicato ruolo di Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dei Ministri. Altrettanto non è successo a Filippo Patroni Griffi”. Acqua passata anche una storiaccia legata a una casa al Colosseo, la maledizione di Scajola, e pagata 177 mila euro, stesso prezzo agevolato degli altri condomini, vale a dire l’equivalente di una villetta nella campagna ciociara; ne nacque una lite giudiziaria vinta al Consiglio di Stato, dove, guarda le coincidenze, Patroni Griffi è Presidente di sezione. Fu un affronto inelegante, tra l’altro, al suo stile di aristocratico partenopeo, ma anche al suo reddito annuo dichiarato: oltre 420 mila euro. 

E così, l’ex ministro della semplificazione riprepara i bagagli per il trasloco da Palazzo Vidoni a Palazzo Chigi. Stavolta come Sottosegretario alla Presidenza, nei panni di regista dell’esecutivo, detentore di un potere vastissimo che potrebbe riassumere, tra l’altro, le deleghe ai rapporti con i servizi segreti e il varo dello stuolo di nomine negli apparati di Governo. 

Un piatto talmente succulento che è dovuto esser discusso analiticamente con il Pdl, a mezzo Alfano in qualità di Vicepremier, ma caldeggiato anche dal Presidente Napolitano, che di Patroni Griffi ha grande considerazione. 

Un nulla osta giunto grazie alla domestica frequentazione delle stanze dei bottoni: nella varianza di ruoli ministeriali tra Capo di Gabinetto e Capo dell’Ufficio legislativo, Patroni Griffi è stato una presenza costante nei governi Ciampi, Dini, Prodi, D’Alema, Berlusconi e Monti. E con all’attivo anche incursioni nel mondo dell’imparzialità da authority, ha fatto da Segretario Generale alla Privacy cumulando poi l’incarico con quello di membro nella Civit, l’organismo che valuta la trasparenza delle amministrazioni. Ambo incarichi lasciati per passare da controllore a controllato come Ministro della semplificazione e della funzione pubblica.La conferma nel Governo lo fa scampare ad un, pur a suo dire auspicato, ritorno in magistratura, in ragione della recente approvazione di una norma che vieta ai giudici il vagabondaggio fuori ruolo oltre i dieci anni. E infatti molti suoi colleghi hanno già preparato il gran rientro in toga. Tra di essi, subito dopo il passaggio di consegne, anche Antonio Catricalà, al quale succede a Palazzo Chigi, e col quale pare non scorra proprio buon sangue. Le maggiori tensioni si sono concentrate sulle funzioni e le nomine all’autorità che perseguirà la corruzione nelle pubbliche amministrazioni, il vanto e il gioiello di Patroni Griffi come Ministro. Bastò che Catricalà dichiarasse ai giornali che si stava per procedere alla scelta del supercommissario dell’organismo soffiandogli l’osso, per mandare su tutte le furie il nobile campano. 

Tra gli scontenti della sua ascesa resta pure Renato Brunetta, che pure lo volle come suo tecnico al Governo. Quando con Monti si trattò di approvare le norme sul pubblico impiego che modificavano la sua riforma, l’accademico pidiellino commentò “evidentemente esiste un ministro Patroni che vuole cancellare la mia riforma e un ministro Griffi che quella riforma come mio Capo di Gabinetto ha contribuito a scrivere”. 

Proprio quell’occasione mancata resta il cruccio dell’attuale Sottosegretario alla Presidenza, che in una specie di testamento olografo lasciato al suo erede, ha curiosamente scritto nero su bianco che “è stato siglato un accordo tra datori di lavoro pubblici e sindacati, cui non è stato possibile dare seguito per l’opposizione di una parte del partito di maggioranza relativa”. Colpa di Brunetta, insomma. 

Un’altra incompiuta che Patroni Griffi non si accolla. In buona compagnia con la mancata abolizione delle province, sulla quale aveva investito l’immagine vincente del suo dicastero. La colpa? “Le riforme non sono state portate a termine dal Parlamento” ha detto. E poi un pacchetto sulla semplificazione mai nato. La colpa? Di Monti. “E’ stato proposto come disegno di legge e non decreto-legge, nonostante le pressanti richieste del mondo imprenditoriale”. Anche così, e senza tema di Garibaldi, la navigazione di Patroni Griffi può continuare.

L’Espresso 2 maggio 2013 

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