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Patteggia pena: fatti non negati valgono anche per giudizi disciplinari

La pena patteggiata vale come non negazione di responsabilità: assume rilievo anche nei giudizi disciplinari e civili. Se il contratto collettivo di lavoro prevede l’applicazione della sanzione disciplinare del licenziamento nell’ipotesi di “condanna” del dipendente, è sufficiente, perché il licenziamento sia legittimo, che sia pronunciata nei suoi confronti una sentenza di patteggiamento. Così ha deciso la Cassazione, con la sentenza 2168/13.

Il caso

Un dipendente delle Poste, indagato per violenze sessuali nell’ambito della propria comunità religiosa, patteggia una pena di 1 anno e 10 mesi di reclusione. Poste Italiane lo licenzia senza preavviso, per la rilevanza, anche disciplinare, dei fatti contestatigli, per il riflesso indiretto sul rapporto di lavoro. Il licenziato ricorre per cassazione. Ritiene, infatti, che non debba essere equiparata ad una sentenza di condanna la sentenza con cui ha patteggiato i 22 mesi di reclusione. La Cassazione, nel ritenere infondato il ricorso, richiama subito una sentenza della Corte Costituzionale, la n. 336/2009, la quale afferma che «la circostanza che l’imputato, nello stipulare l’accordo sul rito e sul merito della regiudicanda penale, accetti una determinata condanna, chiedendone o consentendone l’applicazione, sta univocamente a significare che il medesimo ha ritenuto, a quei fini, di non contestare il fatto e la propria responsabilità». Una pena patteggiata «non consente di rifuggire dall’applicazione di tutte le conseguenze penali della sentenza di condanna che non siano state categoricamente escluse». Spetta al legislatore stabilire quali effetti rendono differenti una condanna patteggiata da una condanna ordinaria. La Cassazione prosegue nel suo ragionamento ritenendo che, nel caso in cui un contratto collettivo contenga una norma che giustifica il licenziamento qualora ci sia una condanna del dipendente, il giudice di merito può interpretare il contratto nel senso che è sufficiente una sentenza di patteggiamento. Si deve infatti ritenere che «le parti contrattuali abbiano voluto – con tale previsione – dare rilievo al caso in cui l’imputato non nega la propria responsabilità ed esonera l’accusa dall’onere dalla relativa prova in cambio di una riduzione di pena». Quindi una sentenza patteggiata assume valenza nei procedimenti disciplinari. Ma il giudice come deve valutare le risultanze delle indagini preliminari? Possono valere in altri giudizi le informazioni del procedimento finito con un patteggiamento? «Il giudice civile, ai fini del proprio convincimento, può autonomamente valutare, nel contraddittorio tra le parti, ogni elemento dotato di efficacia probatoria e, dunque, anche le prove raccolte in un processo penale». In particolare anche quelle derivanti da dichiarazioni«verbalizzate dagli organi di polizia giudiziaria in sede di sommarie informazioni testimoniali». In questo caso è stato garantito il diritto di difesa, il licenziato non ha sollevato alcuna contestazione in merito a tali acquisizioni. Gli elementi raccolti sono «sufficientemente precisi e concordanti, univocamente convergenti nella dimostrazione dei gravi fatti oggetto dell’imputazione». Il vincolo fiduciario del rapporto di lavoro è stato ritenuto violato. Il dipendente doveva infatti coordinare 27 portalettere. Aveva quindi funzioni di responsabilità e preminenza rispetto ad altre persone, proprio come nei confronti della sua comunità religiosa. Per queste ragioni la Corte di Cassazione respinge il ricorso, confermando così la legittimità del licenziamento.

Fonte: www.dirittoegiustizia.it – 15 aprile 2013

 

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