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Patto per la salute, trovata l’intesa. Giovedì la firma ufficiale in conferenza Stato-Regioni. Una dote di 337 miliardi per tre anni

di Roberto Turno. Nuovi ticket per reddito e composizione del nucleo familiare. Colpo d’accetta – ma più morbido delle previsioni – per posti letto e ospedaletti. Cure sempre più affidate al territorio, dunque con meno ricoveri. Un nuovo Prontuario farmaceutico e lancio delle categorie terapeutiche omogenee per i medicinali a carico dello Stato con interventi sullo sfondo che in teoria potrebbero valere fino a 600 milioni. Caccia alla qualità e alla sicurezza nell’agroalimentare.

Cambio delle regole d’ingaggio del personale futuro del Servizio sanitario nazionale, inclusi gli specializzandi e la loro formazione. Nuovi commissari regionali per il rosso delle Asl che potranno non essere più i governatori in carica. Rimozione dei manager delle aziende sanitarie se colpevoli dei deficit. Stretta valutazione di Hta (health technology assessment) per tutti i dispositivi medici. Perfino un «Patto per la sanità digitale», indicata come una delle principali leve future per i risparmi sulla spesa sanitaria.

Il « Patto per la salute 2014-2016» è da ieri da considerare ai nastri di partenza, con la sua imponente (se basterà) dote di 337 miliardi nel triennio. Con la promessa sottoscritta ormai di lasciare dentro il Ssn i risparmi che saranno realizzati. Investimenti per le regioni, se ce la faranno. Chi ce la farà. Un «Patto» per la sostenibilità del sistema, promette la ministra della Salute, Beatrice Lorenzin.

Lo show down finale per la verità deve ancora arrivare. La prossima tappa, dopo che nella giornata di ieri sono stati necessari prima un vertice tra i governatori, quindi un incontro a porte chiuse di due ore delle regioni con la Lorenzin e col sottosegretario all’Economia Enrico Zanetti, per cercare di smussare sul filo di lana le ultime resistenze locali e i capitoli spinosi rimasti in sospeso. Alla fine il quasi annuncio: la quadra è stata (quasi) raggiunta. Lunedì il nuovo testo sarà rimesso in bella copia. E per giovedì è prevista la firma ufficiale in conferenza Stato-Regioni, con tanto di mega conferenza stampa finale a suggellare l’accordo.

Non che le resistenze ieri siano mancate. Le avevano annunciate per primi l’altro ieri i governatori leghisti Roberto Maroni (Lombardia) e Luca Zaia (Veneto), che reclamavano il totem lumbard dei costi standard senza se e senza ma. Dall’altra parte Stefano Caldoro (Campania) che rivendicava la necessità di tutelare il Sud e di rivedere i criteri di riparto dei fondi tra le regioni, non senza denunciare l’asse Pd-Lega. Non solo schermaglie politiche. Che ieri in mattinata si sono materalizzate con una piccola raffica di emendamenti da valutare tra le regioni ai 29 articoli consegnati dalla Lorenzin. Fuoco di fila, in particolare, c’è stato sulla clausola finanziaria imposta dall’Economia: quella regola cioè secondo cui i fondi scritti nero su bianco (109,9 miliardi quest’anno, 112 nel 2015, 115,4 nel 2016) potevano essere “toccati” dal Governo se eventuali modifiche «si rendessero necessarie in relazione al conseguimento degli obiettivi di finanza pubblica e a variazioni del quadro macroeconomico». In pratica, dice il Governo: queste sono le somme (già riviste al ribasso in seguito all’andamento del Pil) ma se dovremo fare manovre in corso d’anno, la sanità non si ritenga immune da altri tagli. E siccome l’eventualità è tutt’altro che impossibile di qui alla fine dell’anno visti gli impegni già presi dal Governo, quella formuletta, che i governatori pensavano di poter scongiurare, è diventata un macigno pesantissimo da rimuovere.

Le resistenze su questo aspetto – anche tra Economia e Salute, si sussurra – hanno frenato una piena condivisione fin da ieri. Alla fine, nel tardo pomeriggio, sarebbe stata trovata una formula: se arrivano manovre (e tagli), si dovrà in qualche modo ridiscutere il «Patto». Come, da che punto, fino a dove, è tutto da vedersi. Anche perchè l’accordo rinvia le vere sfide ad altri atti e provvedimenti e a tempi dunque più lunghi. Per la messa in opera del «Patto», insomma, ci vorrà del tempo. Anche se una clausola ne prevede lo stretto monitoraggio dei tempi e delle attuazioni. Che in Italia, e con tante regioni in scadenza nella primavera prossima poi, sono il pane quotidiano dei rinvii.

Il Sole 24 Ore – 4 luglio 2014 

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