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Pecorino, scontro tra Lazio e Sardegna. Il Consorzio Dop insorge contro il formaggio laziale a marchio «cacio romano»: evoca la denominazione Ue

Si accende la battaglia tra i produttori sardi e laziali del Pecorino Romano Dop. Nei giorni scorsi sono state prima sequestrate e poi sbloccate dai Carabinieri dei Nac (Nuclei anti contraffazione) 500 caciotte a marchio «cacio romano» prodotte dal caseificio laziale Formaggi Boccea. Dopo il ricorso del produttore, affiancato dalla Coldiretti regionale, il prodotto e le etichette «incriminate» sono stati dissequestrati e potranno presto tornare sul mercato. Contro la decisione è però insorto il Consorzio del Pecorino Romano Dop.

«La scelta dell’ufficio sanzioni dell’Ispettorato controllo qualità di sbloccare i prodotti senza modificare le etichette è inspiegabile e ci lascia stupefatti – spiega il presidente del Consorzio di tutela del Pecorino Dop, Salvatore Palitta – . Si tratta di un provvedimento che, in aperto contrasto con le norme Ue sulle denominazioni d’origine, lascia inalterato il rischio di evocazione del prodotto Dop. Che senso ha denunciare di continuo la minaccia dei prodotti “italian sounding” che cioè evocano gli originali italiani in giro per il mondo, se poi in Italia si autorizza un’etichetta che si rifà a una Dop tutelata?».

Il rischio evocazione è però fermamente respinto dai produttori laziali. «Noi rivendichiamo l’utilizzo di un marchio aziendale “Cacio romano” registrato da tempo – spiega il presidente della Coldiretti Lazio, David Granieri –. E questo perché contestiamo alla radice le strategie del Consorzio del Pecorino Romano Dop. E in particolare la scelta – giustificata da un presunto surplus produttivo del 40%, ma che secondo noi non va oltre l’8% – di contenimento della produzione mantendendo molto basso il prezzo del latte a danno dei produttori».

La produzione di Pecorino Romano Dop, che a dispetto del nome è realizzata per il 97% in Sardegna e solo per il 3% nel Lazio, ammonta a circa 35mila tonnellate l’anno (pari a 1,2 milioni di forme), per il 65% dirette all’export per un giro d’affari di 250 milioni di euro. E le divergenze tra i produttori non sono solo sulla gestione dell’offerta. «Col marchio “cacio romano” – aggiunge Granieri – vogliamo offrire un formaggio solo da tavola (e non anche da grattugia) realizzato con latte laziale. Vogliamo creare un consorzio nel consorzio sul modello di Trentingrana e Grana padano, nel quale il primo aderisce al consorzio Dop ma va sul mercato con un prodotto diverso e un differenziale di prezzo al rialzo». «I dati produttivi non sono frutto di stime individuali ma certificati da un ente terzo (Ineq) – ribatte Palitta -. Quanto alla possibilità di differenziare il prodotto, il nostro disciplinare già prevede la possibilità di indicare la sottozona “prodotto nel Lazio”. Spetta ai produttori sfruttarla».

Giorgio dell’Orefice– IL Sole 24 Ore – 6 novembre 2016 

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