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Pediatri del territorio in corsia. «Gli ospedalieri non bastano». Carenza di specialisti, piano della Regione

Di fronte al male estremo della drammatica carenza di pediatri — l’ultimo caso coinvolge l’Usl 6 Euganea, costretta ad appaltare il reparto del bambino a Camposampiero e a Schiavonia a due coop —, la Regione valuta l’estremo rimedio. Nei giorni scorsi ha convocato a Venezia i pediatri di libera scelta, per sondarne la disponibilità ad andare in aiuto ai colleghi ospedalieri, entrando in reparto e svolgendo i turni rimasti scoperti. «Abbiamo detto ai tecnici della Direzione Sanità che siamo pronti a fare la nostra parte — conferma Franco Pisetta, segretario regionale della Fimp, sigla di categoria —. Certo, non tutti i 560 colleghi veneti sarebbero in grado di lavorare in corsia. Per esempio sono esclusi coloro che da trent’anni operano sul territorio e magari l’ultimo parto l’hanno visto durante la specializzazione. Ma i più giovani, che hanno appena concluso la formazione, e quelli da poco usciti dall’ospedale sarebbero idonei. Ora però dovremo valutare tempi, modi e soprattutto ricadute legali».

I pediatri di libera scelta sono legati alla Regione da un contratto di convenzione e la legge nazionale prevede l’incompatibilità del doppio incarico, cioè cure primarie e cure ospedaliere. «Potremmo però vedere se nelle pieghe del nostro contratto nazionale ci sia la possibilità di sottoscrivere un accordo che ci consenta di garantire prestazioni in reparto limitate a momenti di grave necessità — spiega Pisetta —. L’idea è di procedere a un protocollo regionale di collaborazione momentanea. Siamo in attesa di capire dagli avvocati di Palazzo Balbi se è fattibile». Da un primo esame sembrerebbe possibile procedere con un accordo legato alla necessità di evitare il rischio di interruzione di pubblico servizio, limitando l’ingresso nelle Cliniche pediatriche degli specialisti del territorio solo alle situazioni di grave carenza di medici e definendo con precisione modalità e tempi del loro servizio «aggiuntivo». «Naturalmente non potremmo essere a disposizione sette giorni su sette, perchè abbiamo i nostri ambulatori da seguire — precisa Pisetta — e, per esempio, non potremmo essere in studio dopo aver coperto un turno di notte in ospedale. Insomma, sono tutti dettagli da mettere a punto».

Nel frattempo la categoria sta comunque supportando gli ospedali, occupandosi dei bambini in arrivo al Pronto Soccorso con codici bianchi e verdi. Quindi non in pericolo di vita. Si chiama «continuità pediatrica» e viene svolta di sabato e domenica (come la Guardia medica per gli adulti) anche negli ambulatori ospedalieri. «E’ un presidio territoriale esterno ai reparti — aggiunge il segretario Fimp — noi vediamo i bambini non gravi, quelli che arrivano all’ospedale non in ambulanza. Ora siamo pronti a venire incontro al sistema e ai pazienti entrando nelle Pediatrie, anche se non è obbligatorio tenerle tutte aperte. Dove non ci sono medici, visto anche il calo delle nascite, si potrebbero chiudere o accorpare con altre vicine, almeno finchè non arrivino dotazioni adeguate, in termini di specialisti e attrezzature».

Va detto che la richiesta della Regione non è estemporanea, perchè il Piano sociosanitario 2019/2023 prevederebbe il passaggio dei 560 pediatri di libera scelta da convenzionati a dipendenti, organizzati però non in singoli studi ma in poliambulatori associati aperti dal lunedì alla domenica, con orario 8/20 e con un centralino unico per ognuna delle nove Usl. La rivoluzione dovrebbe essere anticipata da una sperimentazione a Padova, Treviso e Vicenza e sarebbe finanziata con i soldi risparmiati dal passaggio dei pediatri dalla convenzione — oggi un professionista con 800 assistiti costa dai 151.500 ai 159.300 euro l’anno — alla dipendenza (80mila euro l’anno a medico). Soluzione che però non piace ai diretti interessati, pronti dunque al compromesso.

Il Corriere del Veneto

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