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Pensionato ucciso dal branco, il cane colpevole «incastrato» dal Dna

Per la prima volta in Europa applicate tecniche di Csi finora riservate ai casi di crimini violenti contro l’uomo

Svolta nelle indagini sulla morte di Gaetano Gnudi, il pensionato aggredito da un branco di cani che viveva ai margini dei campi rom di bosniaci a Muggiano, periferia milanese. Furono almeno sette gli animali coinvolti nell’aggressione la sera del 3 marzo 2012, tre maschi e quattro femmine, tutti imparentati tra loro. A guidare l’attacco, una femmina e una delle figlie. La relazione è degli esperti del Centro di referenza nazionale per la Medicina forense veterinaria dell’Istituto Zooprofilattico di Lazio e Toscana, diretto da Rosario Fico che, per la prima volta in Europa, hanno applicato tecniche di Csi finora riservate ai casi di crimini violenti contro l’uomo. La risposta ai quesiti è arrivata dall’analisi del Dna, attraverso il confronto delle tracce di saliva presenti sui vestiti della vittima e i campioni di sangue prelevati ai cani, catturati sul luogo del delitto e trattenuti nel canile sanitario della Asl, fatta dalla genetista Rita Lorenzini, responsabile del laboratorio di Genetica Forense annesso al Centro.

L’indagine non spiega, ovviamente, perché i cani aggredirono il pensionato 74enne che passeggiava nella zona delle cave alla periferia della città. Ma stabilisce il ruolo che ciascuno di quei sette animali ebbe nell’aggressione. E, soprattutto, apre la strada all’ipotesi che fossero una famiglia, che avessero un proprietario e che non fossero semplicemente randagi. Era stata la direzione del dipartimento veterinario della Asl di Milano, che ha già trasmesso la relazione alla Procura, a chiedere l’intervento degli esperti di Csi veterinaria. Perché alcune delle loro indagini hanno fatto scuola. Dai bocconi avvelenati dati in pasto agli orsi marsicani nel Parco nazionale dell’Abruzzo riuscirono a risalire ai colpevoli. E, sempre in Abruzzo, scagionarono i lupi e puntarono il dito contro cani da pastore di allevatori confinanti, analizzando i morsi sul collo delle pecore.

A Milano, nel 2012, dopo giorni di presidio del territorio con l’ausilio delle forze dell’ordine e delle unità cinofile della Polizia locale, diversi cani furono catturati, altri – quattro cuccioli – consegnati dagli abitanti dei campi rom attendati nella zona, altri ancora avvistati dai residenti ma sfuggiti alla cattura e mai più ritrovati. Senza questa perizia, però, sarebbe stato impossibile stabilire il reale nesso tra vittima e offender, avere la certezza che i quattrozampe portati in canile erano sicuramente tra gli autori dell’aggressione. Asl e Comune, intanto, chiamati in causa dai familiari della vittima – cani randagi erano stati segnalati da tempo nella periferia Nord Ovest di Milano e secondo l’accusa «i controlli delle autorità erano stati inefficaci» – lo scorso autunno hanno versato un risarcimento danni, pari a 30 mila euro.

Nel frattempo i cani catturati, dopo un’attenta analisi comportamentale, sono stati dati in adozione. «I casi di aggressione da parte di branchi ai danni di persone, in Italia, negli ultimi anni sono stati numerosi – spiega il dottor Fico -. Spesso si punta il dito contro uno o più cani, ma non si è mai riusciti a individuare il vero colpevole. Nel caso di Scicli, dove nel 2009 la vittima fu un bimbo, a processo sono finiti il sindaco e un proprietario il cui cane spesso era stato visto girare libero. Ma è noto che cani liberi e randagi possono muoversi in branco e, per quanto siano docili e mansueti, in contesti eccezionali e in presenza di qualcosa che interagisce in modo negativo stimolando il loro istinto predatorio, si comportano come i lupi».

Il caso Gnudi è a una svolta, «perché siamo riusciti a ricostruire la scena del crimine applicando tecniche già utilizzate nella Csi umana. Anche nel caso del camionista di Livorno ucciso da un branco mancò il rilievo oggettivo, c’erano solo testimonianze vaghe». Fondamentale applicare le tecniche di ricerca del Dna anche nelle indagini dove i protagonisti siano animali: «È necessario ricostruire la dinamica. Raramente si comprende perché il cane attacchi l’uomo e in che cosa si senta minacciato – spiega Cristina Cattaneo, medico legale -. Questa strada può consentire di discolparlo, perché spesso non è colpevole. Ma le nuove tecniche devono essere usate soprattutto per studiare i tanti crimini contro gli animali, per far comprendere quanto siano uguali a noi e degni delle stesse attenzioni legali».

Paola D’Amico – Corriere della Sera – 29 giugno 2013 

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