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Pensione anticipata, penalità legata al reddito. Il Governo: la flessibilità non sarà finanziata con tagli agli assegni elevati ma sarà garantito in gran parte da banche e assicurazioni

Penalità variabili sulla base del numero di anni dell’anticipo e dell’entità dell’assegno percepibile al momento del raggiungimento della soglia di vecchiaia. Sarebbe questo l’ingranaggio chiave del nuovo meccanismo denominato Ape (anticipo pensionistico) per rendere flessibili in modo selettivo le uscite verso la pensione degli over 63 azionando la leva del prestito previdenziale con il coinvolgimento del sistema creditizio.

Il dispositivo, che sarà inserito nella prossima legge di Bilancio dopo il confronto con le parti sociali e con Bruxelles, sarà ulteriormente affinato nei prossimi giorni dalla cabina di regia economica di Palazzo Chigi, guidata dal sottosegretario alla Presidenza, Tommaso Nannicini.

Tra le ipotesi di lavoro al momento più gettonate c’è quella di prevedere penalità molto contenute per gli assegni più bassi (fino a tre volte il minimo): il taglio sarebbe del 2-3% per ogni anno di anticipo rispetto all’assegno di vecchiaia “pieno” andando a raggiungere quota 6-9% con uscita anticipata di tre anni. Per le pensioni più elevate dei nati tra il 1951 e il 1953 la decurtazione potrebbe essere del 5-8% per ciascun anno di anticipo. Con un taglio attorno (o superiore) al 20% nell’eventualità di un’uscita anticipata di tre anni. In ogni caso la penalizzazione sarebbe solo sulla parte del montante calcolata con il metodo retributivo perché la quota contributiva determina da sé una penalizzazione con l’anticipo. Tra l’altro si tratterà di capire se le nuove regole non toccheranno la deroga prevista dalla riforma Fornero per i nati nel 1952 con 35 anni di anzianità, che potranno andare in pensione in anticipo nel 2017 senza penalizzazioni.

Il finanziamento dell’operazione sarà garantito in gran parte da banche e assicurazioni, che provvederanno ad erogare attraverso l’Inps le fette di pensioni anticipate per effetto del “prestito”, che sarà poi restituito dal pensionato a rate con un percorso pluriennale che scatterà nel momento del raggiungimento del requisito di vecchiaia. Gli interessi da garantire a banche e assicurazioni saranno invece a carico dello Stato per un costo oscillante tra gli 800 milioni e il miliardo. Alla copertura dell’operazione non concorreranno risorse provenienti da un eventuale contributo di solidarietà delle pensioni con importi elevati, previsto ad esempio dal pacchetto di proposte presentato dal presidente dell’Inps, Tito Boeri. A precisarlo con chiarezza è stato ieri Yoram Gutgeld, commissario per la spending review e consigliere economico del premier. Per finanziare l’Ape «seguiremo un altro tipo di strada ricorrendo al prestito bancario che ha il vantaggio di non gravare sui conti dello Stato», ha detto Gutgeld.

Il piano sarà messo nero su bianco in un apposito paper che dovrebbe vedere la luce entro la fine del mese. E dovrebbe assorbire i criteri di “selettività” sollecitati dalla maggioranza nella risoluzione all’ultimo Def approvata dal Parlamento. Con la sostanziale creazione di tre maxi-categorie alle quali offrire la possibilità della flessibilità in uscita: over 63 in condizioni di disoccupazione; lavoratori prepensionabili per effetto di interventi richiesti dalle imprese per ristrutturazioni o che vogliano effettuare un ricambio del personale; uscite volontarie (la dipendente pubblica intenzionata a fare la nonna a tempo pieno che è stata più volte evocata dal premier). Negli ultimi due casi il finanziamento-ponte dovrebbe essere sostenuto da banche e assicurazioni che poi rientrerebbero grazie ai mini-rimborsi Inps con le trattenute (le rate) sulle pensioni finali. Ma nel caso dei lavoratori prepensionabili a causa di crisi aziendali potrebbe essere previsto un c ontributo delle imprese.

Davide Colombo e Marco Rogari – Il Sole 24 Ore – 6 maggio 2016 

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