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Pensioni 2019, rivalutazione all’1,1%. Da definire il sistema di calcolo. Pubblicato in Gazzetta il decreto con la misura per la perequazione

Nel 2019 il tasso di rivalutazione delle pensioni sarà dell’1,1 per cento. Il decreto 16 novembre 2018 del ministero dell’Economia, di concerto con il ministero del Lavoro, pubblicato ieri sulla Gazzetta ufficiale, ha dato infatti certezza del tasso di adeguamento all’inflazione per gli assegni previdenziali in pagamento.
La perequazione viene determinata sulla base dell’indice Istat dei prezzi al consumo per famiglie di operai e impiegati rispetto all’anno precedente. Il valore ufficializzato ieri è provvisorio, in quanto elaborato sulle variazioni, certe, registrate nei primi nove mesi del 2018 rispetto al 2017, più le variazioni ipotizzate per ottobre, novembre e dicembre. Per questo motivo alla fine dell’anno prossimo l’aumento dell’1,1% potrà essere confermato o modificato.
Il decreto pubblicato ieri, infatti, contiene anche il valore definitivo dell’aumento per il 2018. Previsto un anno fa pari a +1,1%, viene confermato senza variazioni. Quindi a gennaio dell’anno prossimo non sarà necessario effettuare un conguaglio sugli assegni erogato quest’anno.
Tuttavia il tasso ufficializzato ieri non consente di sapere quale sarà l’aumento effettivo per i singoli pensionati. L’1,1%, infatti, è solo il valore di riferimento applicato agli assegni in base a un meccanismo che penalizza gli importi più alti. Però attualmente non si sa quale metodo di calcolo verrà utilizzato l’anno prossimo, dato che quello in vigore adesso, contenuto nella legge 147/2013, dovrebbe esaurirsi nel 2018. Esso prevede il riconoscimento del 100% dell’inflazione per gli assegni di importo fino a 3 volte il minimo. L’adeguamento è del 95% per gli assegni di valore oltre 3 e fino a 4 volte il minimo; del 75% oltre 4 volte e fino a 5; del 50% oltre 5 volte e fino a 6; del 45% oltre sei volte il minimo. Ciò significa, per esempio, che chi rientra in quest’ultimo caso ha la pensione aumentata dello 0,495% e non dell’1,1 per cento.
Se effettivamente questo meccanismo non fosse prorogato, si dovrebbe tornare alle regole contenute nella legge 388/2000, in base alle quali l’adeguamento all’inflazione viene applicato alla fascia di assegno, e non a tutto l’importo. Fino a 3 volte il minimo viene riconosciuto il 100% dell’inflazione; per la parte di assegno oltre 3 volte e fino a 5 viene riconosciuto il 90%; per la parte ulteriore di importo viene riconosciuto il 75 per cento. Questo sistema è più generoso con gli assegni di valore maggiore ed è stato temporaneamente sostituito dal 2012 in poi per ridurre la spesa previdenziale.
Non è nemmeno da escludere che il governo metta a punto un nuovo meccanismo nell’ambito del disegno di revisione del sistema pensionistico che vede come punto centrale l’introduzione di quota 100, i cui dettagli sono altrettanto da definire.
IL SOLE 24 ORE
Matteo Prioschi

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