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Pensioni anticipate, flessibilità per tutti: assegni tagliati fino al 18%. Anche i dipendenti pubblici via prima dal lavoro

nannincini-pensioniGli ultimi dettagli saranno discussi al tavolo previsto per oggi tra governo e sindacati. Ma si tratta di piccole limature. Il pacchetto sulla previdenza che entrerà nella prossima legge di bilancio è sostanzialmente pronto, a cominciare dal suo pilastro fondamentale, il cosiddetto «Ape», l’anticipo pensionistico che permetterà di anticipare fino a tre anni e sette mesi l’uscita dal lavoro. Intervistato da Presadiretta, il sottosegretario alla Presidenza del consiglio, Tommaso Nannicini, ha chiarito che di questa opportunità potranno godere tutti i lavoratori: dipendenti, autonomi, come le partite Iva, e anche gli statali. L’uscita sarà su base volontaria. Per il tempo che manca alla pensione, da uno a tre anni, il lavoratore percepirà un assegno mensile erogato dall’Inps, ma a valere su un prestito ottenuto dalle banche. Questo prestito dovrà poi essere restituito in 20 anni con rate costanti che saranno trattenute dalla pensione.

Quanto peseranno queste rate? Secondo quanto ha spiegato lo stesso Nannicini, su una pensione di mille euro netti, cinquanta-sessanta euro al mese per ogni anno di anticipo.

IL CALCOLO Significa che se una persona vuole uscire tre anni prima, guadagnando mille euro netti, dovrà rinunciare ogni mese a 150-200 euro. Una penalizzazione, insomma, tra il 15% e il 18%. Non è poco, se raffrontato ad alcuni disegni di legge presentati in Parlamento che invece prevedeano una penalità tra il 2% e il 3% per anno. «L’Ape», spiega Enrico Zanetti, vice ministro dell’Economia, «è un istituto ottimo per venire incontro a chi si ritrova senza lavoro e gli mancano ancora tre anni per la pensione, mentre», aggiunge, «credo che nei confronti di chi un lavoro ce l’ha e lo vuole lasciare volontariamente per andare in pensione prima, troverà un utilizzo abbastanza limitato, come accaduto anche per il Tfr in busta paga». In effetti, se la regola generale prevede una penalizzazione del 5% l’anno, per chi si trova in situazioni di «disagio», come per esempio un disoccupato, un lavoratore con disabile a carico, o chi fa lavori usuranti, la penalizzazione sarà ridotta, arrivando al massimo al 3% all’anno. Sarà inoltre legata al reddito. Per chi ha maturato una pensione inferiore a 1.500 euro lordi al mese non ci sarà nessuna penalità. Il costo di restituzione del prestito sarà a carico dello Stato, che rimborserà la rata dovuta alle banche direttamente nel cedolino del pensionato con un meccanismo simile a quello del bonus da 80 euro.

I COSTI Per le casse dello Stato la flessibilità delle pensioni, in questa accezione, dovrebbe avere un costo limitato. La stima iniziale era tra i 700 e gli 800 milioni di euro. Secondo alcune fonti si starebbe ancora ragionando su qualche meccanismo per ridurla ulteriormente fino a circa 500 milioni. Una delle ipotesi sarebbe quella di ridurre da tre anni a due anni il periodo massimo di anticipo, ma appare una via difficilmente percorribile. Il punto è che il pacchetto previdenziale del quale stanno discutendo governo e sindacati non riguarda soltanto la flessibilità. Sul tavolo ci sono anche quegli aumenti alle pensioni più basse anticipati la settimana scorsa direttamente da Matteo Renzi. I tecnici sono al lavoro sull’ipotesi di estendere la platea di coloro che percepiscono la quattordicesima, che oggi tocca a circa 2,2 milioni di pensionati con un assegno mensile fino a 750 euro.

L’importo della quattordicesima varia da 336 euro, per chi ha versato fino a 15 anni di contributi, a 504 euro, per chi nella vita lavorativa ha versato oltre 25 anni di contributi. L’intenzione sarebbe quella di alzare l’asticella degli aventi diritto portando la soglia a mille euro. Nannicini ha sottolineato che la quattordicesima dovrebbe essere di 400 euro. Dunque anche chi già attualmente la percepisce ed è sotto questa soglia dovrebbe ricevere una integrazione.

ECCO QUANTO COSTA LASCIARE PRIMA IL LAVORO

BOERI: «IL SISTEMA NON HA PROBLEMI LA RIFORMA È UNA QUESTIONE DI EQUITÀ»

Sulla riforma previdenziale è intervenuto anche il presidente dell’Inps, Tito Boeri. «Il problema vero che noi abbiamo oggi in Italia», ha detto intervistato da Presadiretta, «è quello dell’equità e non quello della sostenibilità finanziaria del nostro sistema pensionistico». Secondo Boeri ci sono delle persone che oggi hanno dei trattamenti pensionistici, o hanno dei vitalizi, come nel caso dei politici, che sono del tutto ingiustificati alla luce dei contributi che hanno versato in passato. «Abbiamo concesso per tanti anni questo trattamento privilegiato a queste persone», ha spiegato il presidente dell’Inps. «Per chi ha degli importi molto elevati di prestazioni, – si chiede quindi Boeri – non è il caso di chiedere loro un contributo che potrebbe in qualche modo rendere, alleggerire i conti previdenziali? Ci permetterebbe di fare qualche operazione di redistribuzione, per esempio andare ad aiutare quelle persone che sono in quella fascia di età prima della pensione che sono in condizione di povertà, oppure potremmo concedere maggiore flessibilità in uscita verso il sistema pensionistico. Ecco sono tutte operazioni che si possono fare in questo ambito. Legare contributi e prestazioni, questo è il vero problema di fondo».

LE POSIZIONI Alla proposta di Boeri ha risposto il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Tommaso Nannicini, confermando la posizione del governo, contraria a mettere le mani sulle pensioni già in essere. «Il rischio di mettere le mani nelle tasche sbagliate è troppo grosso. Abbiamo deciso di fermarci», ha spiegato. «Questo tipo di ricalcoli non sono semplicissimi – ha sottolineato ancora Nannicini – richiedono molte ipotesi e molti dati. E devi stare molto attento perché non si riesce a fare con il bisturi del chirurgo questa distinzione un po’ intellettualistica. Proprio perché è difficile fare queste ipotesi, avere i dati necessari per farlo, rischi di fare danni. Rischi», ha aggiunto ancora, «davvero di tagliare pensioni alte ma meritate, oppure di toccare pensioni che sono generose rispetto ai contributi versati ma sono basse». Nel dibattito si è inserito anche il presidente della Commissione lavoro della Camera, Cesare Damiano, che ha ricordato come il governo Letta con la legge di Stabilità del 2014 ha istituito un contributo di solidarietà per le pensioni di importo superiore ai 90.000 euro lordi annui. «Si tratta», ha detto, «di un prelievo progressivo del 6, 12 e 18% che porta la tassazione delle pensioni più ricche al 61% (43 + 18%).Questo contributo ha durata triennale e scade alla fine di quest’anno». «Non si può prorogare – ha spiegato Damiano – perché molto probabilmente non avrebbe il benestare della Corte Costituzionale, ma nulla vieta di individuare un’altra misura di analogo significato». (IL Messaggero)

«ANCHE I DIPENDENTI PUBBLICI VIA PRIMA DAL LAVORO». NO AL RICALCOLO PER I REDDITI PIÙ ALTI

Potrà essere utilizzato anche dai dipendenti pubblici l’Ape, l’anticipo pensionistico allo studio del governo che permetterà, ai nati tra il 1951 e il 1953, di lasciare il lavoro tre anni prima di quanto previsto dalla Legge Fornero. «L’anticipo pensionistico – dice il sottosegretario alla presidenza del consiglio Tommaso Nannicini, intervistato dal programma di Rai3 Presadiretta – è per tutti, indipendentemente dalla gestione previdenziale. Quindi vale per gli autonomi, per le partite Iva della gestione separata, artigiani, commercianti». Nell’intervista, in onda stasera, Nannicini non cita espressamente i dipendenti pubblici. Ma, dopo qualche oscillazione nelle settimane passate, ormai è certo che la misura riguarderà anche loro. Su Rai3 Nannicini conferma le altre anticipazioni pubblicate nei giorni scorsi dal Corriere . Per chi decide volontariamente di lasciare il lavoro prima, il taglio dell’assegno lordo sarà del 5% per ogni anno di anticipo, il 6% sull’assegno netto.

Nannicini fa due esempi, tutte e due con l’ipotesi di una pensione da mille euro al mese. «Per chi lavora – dice il sottosegretario – un anno di anticipo costerà una cifra da 50 a 60 euro al mese per 20 anni». Mentre il costo tenderà a zero per chi è disoccupato, disabile, oppure svolge quelle attività «gravose», come l’operario edile o l’infermiere, che cominceranno a essere definite nell’incontro di stamattina fra governo e sindacati, che riapre il tavolo della concertazione dopo la pausa estiva. «Se la persona è meritevole di tutele – dice ancora Nannicini – perché disoccupato, fa lavori rischiosi (…) magari ha un disabile in casa, in tutti questi casi il costo è zero». Il taglio zero sull’assegno riguarderà, per le categorie tutelate, tutte le pensioni al di sotto dei 1.500 euro lordi al mese. La maggior parte, visto che oggi sono l’80% del totale. Per le pensioni più alte il taglio ci sarà e salirà fino a un massimo del 3% l’anno per chi prende 3 mila euro.

Nannicini conferma anche l’intervento sulla quattordicesima, l’assegno in più incassato da chi prende meno di 750 euro lordi al mese. Il limite salirà a mille euro, comprendendo un altro milione di pensionati, anche se con un importo più basso di quello attuale, 400 euro invece di 500. Chi la quattordicesima già la prende vedrà salirne l’importo fino al 20%. Sempre intervistato da Presadiretta , il presidente dell’Inps Tito Boeri dice che il «problema è l’equità non la sostenibilità». E torna alla carica contro i vitalizi e le pensioni alte con la sua proposta di «chiedere un contributo che potrebbe alleggerire i conti». Una strada già scartata dal governo, conferma Nannicini: «Questi ricalcoli non sono semplicissimi», il «rischio di mettere le mani nelle tasche sbagliate è troppo grosso. Abbiamo deciso di fermarci». (Corriere della Sera)

12 settembre 2016 

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