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Pensioni, c’è l’accordo Quota 102 per un anno e poi via alla riforma. Draghi sceglie la strada del compromesso e tende la mano ai sindacati

Repubblica. Sceglie la strada del compromesso: Quota 102 per il solo 2022, con l’uscita a 64 anni con 38 di contributi, poi l’impegno per ragionare da gennaio con le parti sociali di una riforma organica delle pensioni dal 2023. Aprendo un tavolo per rivedere la legge Fornero, garantendo più flessibilità. E per rendere strutturali, anziché rinnovate di anno in anno, sia l’Ape Sociale allargata a più mansioni gravose che Opzione Donna. Mario Draghi sceglie la strada della mediazione, dopo le proteste dei partiti e la minaccia di sciopero dei sindacati. Lega soddisfatta: «Nessun ritorno alla Fornero con Quota 102 e ci sarà un fondo da 500 milioni per accompagnare alcune categorie all’uscita anticipata dal mondo del lavoro con le regole di Quota 100».
Il premier e il ministro dell’Economia Daniele Franco confermano l’entità della legge di bilancio che oggi arriva in Consiglio dei ministri: 23,4 miliardi. In mattinata, prima del Cdm, Draghi potrebbe convocare i sindacati per illustrarla. A partire dalla volontà di concordare con le parti sociali – sindacati e imprese – il maxi-emendamento finale dell’esecutivo a chiusura dell’iter parlamentare della manovra: lì ci sarà la ripartizione degli 8 miliardi, ora affidati a un fondo, per tagliare le tasse sul lavoro.
Tra le novità illustrate ieri in cabina di regia spicca la stretta sul Reddito di cittadinanza, non solo sui controlli ex ante anziché ex post. L’assegno calerebbe molto presto, dopo 4-6 mesi – al pari di quanto accade con la Naspi, il sussidio di disoccupazione – ma solo per gli occupabili, quanti cioè possono lavorare, escludendo disabili, minori, anziani. E sarebbe revocato al secondo rifiuto di una proposta di lavoro, anche a tempo, anziché al terzo. Misure severe che il M5S si «riserva di valutare», avrebbe detto il capodelegazione Stefano Patuanelli. Anche perché il Movimento è costretto pure ad ammainare un’altra bandiera con la cancellazione definitiva del cashback. Anche se ottiene la proroga del Superbonus al 110% per le villette, ma solo fino a giugno 2022 e con un tetto Isee. Mentre il bonus facciate, caro al ministro Franceschini, ha un altro anno di proroga, ma scende dal 90 al 60%.
Draghi risolve dunque il nodo pensioni con la mediazione e allo stesso tempo conferma il senso del suo mandato, che si alimenta della necessità di decidere. Evitando di inserire nella legge soluzioni biennali o triennali, limita la portata dell’intervento e allontana di qualche mese ogni resa dei conti sulla Fornero. Nel mezzo, infatti, ci sarà l’elezione per il Colle, da cui dipenderà anche il destino della legislatura e dell’esecutivo.
Durante la cabina di regia diventa chiaro che il premier vuole chiudere senza troppi traumi. Il Pd, con Andrea Orlando, gli chiede di non abbandonare su pensioni e fisco «la strada del dialogo con le parti sociali ». I dem avevano mollato la Cgil sulla posizione radicale dello sciopero, ma si spendono per evitare un’imbarazzante frattura tra esecutivo e confederali. Anche Giancarlo Giorgetti dà il via libera della Lega a una soluzione limitata al 2022. Ciò che conta, però, è il segnale ai sindacati. Il governo li sfida a ragionare da gennaio di una riforma più ampia. Non è detto che alla Cgil e alla Uil basti. Ma potrebbe invece accontentare la Cisl. Non che l’obiettivo del premier sia rompere l’unità sindacale. Semmai, portare a casa la legge di bilancio senza strappi.
Davanti ai suoi ministri, Draghi difende l’impianto della manovra. E certo non rinnega la tecnica negoziale ruvida messa in campo con Cgil, Cisl e Uil. Lo si capisce dalle parole spese ieri durante l’incontro con i sindacati internazionali del Labour 20, in vista del G20. «La tutela dei più deboli ci unisce. Dobbiamo fare in modo che innovazione e produttività vadano di pari passo con equità e coesione». Pausa, affondo: «E farlo pensando non solo ai lavoratori di oggi, ma anche a quelli di domani».

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