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Pensioni, i piani del Governo per l’uscita da Quota 100. Riforma, si parte da 4 miliardi. Sul tavolo l’opzione per le uscite con 64 anni d’età i 38 di contributi.

Il Sole 24 Ore domenica. L’eterno cantiere della riforma delle pensioni ricomincia da due. Il milleproroghe ha appena prolungato la vita della coppia di commissioni tecniche sulla separazione dell’assistenza dalla previdenza e sull’individuazione delle attività gravose. Che, concepite fin dai tempi del governo Gentiloni, non sono mai davvero decollate e, anzi, sono rimaste per lunghi mesi nel dimenticatoio. Eppure, nelle intenzioni della ministra Nunzia Catalfo, e anche dei sindacati, proprio questi due organismi dovrebbero dare alcune delle indicazioni strategiche sulle quali allestire il piano con cui evitare lo scalone che si prospetta a fine del 2021 con la fine della sperimentazione triennale di Quota 100. Un piano che non può più essere rimandato e che dovrà necessariamente essere approntato nei prossimi mesi. La riforma delle pensioni è, di fatto, la terza priorità del Governo dopo la definizione del Recovery plan e la strategia per favorire la crescita e gestire le crisi aziendali dopo l’ormai prossima fine del blocco dei licenziamenti

Il tavolo con i sindacati avviato nei mesi scorsi dalla ministra Catalfo non ha fin qui prodotto grandi risultati. Al di là della diverse ricette sulla nuova flessibilità in uscita da adottare, il principale scoglio da superare resta quello delle risorse da utilizzare, sulle quali, tra l’altro, vigila con attenzione Bruxelles. E ne è un’ulteriore conferma la recente partita tra la Ragioneria generale e la maggioranza sulla nona salvaguardia per 2.400 esodati inserita in corsa nella manovra, che riceverà domani il via libera della Camera (dopo la fiducia votata il 23) per poi passare “blindata” al Senato per l’approvazione definitiva attesa entro il 30 dicembre con un’altra “fiducia”. I ritocchi apportati a Montecitorio al testo hanno fatto lievitare a oltre 1,4 miliardi per i prossimi tre anni il peso del mini-pacchetto-previdenza della legge di bilancio, di cui fanno parte anche la proroga di un anno di Ape sociale e opzione donna, il prolungamento fino al 2023 dell’isopensione (gli scivoli fino a 7 anni in caso di crisi aziendali tutti a carico delle imprese) e il recepimento della sentenza della Consulta sulle pensioni d’oro. Ma l’alveo finanziario su cui dovrà essere incanalata la riforma si presenta abbastanza stretto.

Per il post-Quota 100 a via XX Settembre si punta a un intervento dagli oneri decisamente inferiori agli stanziamenti previsti a suo tempo dal “Conte 1” a tinte gialloverdi con la manovra 2019 e il decreto n.4 del 2020: quasi 4 miliardi lo scorso anno, 8,4 miliardi nel 2020 e circa 8,7 miliardi nel 2021, mantenendo l’asticella sopra gli 8 miliardi anche negli anni successivi. Risorse che sono rimaste in parte inutilizzate per lo scarso appeal di Quota 100 almeno fino a quest’anno. L’idea al momento prevalente tra i tecnici del Mef è quella di mantenere i costi in ogni caso sotto 5 miliardi l’anno e di scendere possibilmente a 3-4 miliardi. In altre parole, andrebbe destinato alla nuova riforma non più del 40% dei fondi garantiti agli attuali pensionamenti anticipati.

Un target che si sposerebbe quasi alla perfezione a quell’opzione che è da mesi sul tavolo: una nuova flessibilità partendo da un minimo di 64 anni d’età e 38 di contributi (una quota 102 di fatto) con l’adozione integrale del metodo di calcolo contributivo almeno sugli anni mancanti al raggiungimento della soglia di vecchiaia dei 67 (penalizzazione del 2,8-3% per ogni anno d’anticipo) e con un ripristino quanto meno parziale del meccanismo di adeguamento automatico all’aspettativa di vita, bloccato fino al 2026. Un intervento che potrebbe essere accompagnato da requisiti più generosi (62 anni d’età e un “minimo” contributivo più basso) e “penalità” più blande per i lavoratori impegnati in attività gravose.

Questa ipotesi non sembra però convincere troppo il ministero del Lavoro e non piace ai sindacati. Che spingono per una flessibilità ad ampio raggio partendo dai 62 anni o, in alternativa, a una quota 41 per tutti e non solo per i lavoratori precoci. Ma in questo caso i costi, secondo alcune simulazioni tecniche non ufficiali, potrebbero superare anche i 10 miliardi l’anno. E diventerebbero difficilmente compatibili con le altre voci presenti sul tavolo del confronto: dalla pensione di garanzia per i giovani (una sorta di integrazione al minimo non prevista dal sistema contributivo) alla rivalutazione degli assegni, rimasta bloccata con la legge di bilancio che sta per ricevere il via libera del Parlamento, alla fine di un vera e propria corsa contro il tempo per evitare il rischio di esercizio provvisorio.

C’è poi il delicato capitolo del rilancio della previdenza integrativa, che con l’emergenza Covid è destinata ad assumere un ruolo ancora più importante negli equilibri del sistema previdenziale. Dovrà anzitutto essere recuperato il nuovo semestre di “silenzio-assenso” per lo smobilizzo del Tfr, che non ce l’ha fatta a salire sul carro dell’ultima manovra. Ma in lista d’attesa ci sono anche gli sconti fiscali, di cui si discute da tempo, per rendere più appetibili i fondi pensione. Nuove agevolazioni, insomma, che per rivelarsi efficaci non potranno contare solo su pochi spicci.

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