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Pensioni, la proposta dei sindacati costerebbe 20 miliardi. È il calcolo del governo sull’uscita a 62 anni con 20 di contributi senza penalità

Andare in pensione prima senza penalità può costare anche 20 miliardi o più. La proposta dei sindacati – fuori a 62 anni con 20 di contributi e nessun ricalcolo con il meno favorevole metodo contributivo porterebbe le lancette indietro a ben prima della legge Fornero del 2011. Quando le donne uscivano a 60 anni e gli uomini a 65. La curva della spesa pensionistica si alzerebbe come un soufflè di un punto, un punto e mezzo di Pil, ragionano i tecnici del governo. Anche se i calcoli sono tutti da mettere a punto. La mina dei costi è però sul tavolo. E lì la troveranno i segretari generali di Cgil, Cisl e Uil quando lunedì incontreranno il ministro Catalfo proprio per entrare nel merito della loro proposta.
Sia chiaro: non sarà un confronto risolutivo. Si metteranno i primi paletti, si stilerà una road map della trattativa che si annuncia lunga. Ma i sindacati faranno valere le loro ragioni. A partire da alcuni ragionamenti di base. Imporre un’uscita flessibile – vai in pensione quando vuoi da 62 anni in su, ad esempio – solo con un ricalcolo contributivo, come propone pure il presidente dell’Inps Pasquale Tridico, taglierebbe l’assegno fino al 25-30%. Un operaio che ha iniziato a lavorare a 16 anni e ha molti anni di contributi versati fino al 1995 – dunque in pieno sistema retributivo, prima della riforma Dini – verrebbe fortemente penalizzato. Si fa poi notare che la spesa previdenziale italiana non è fuori controllo. Anzi pesa meno in rapporto al Pil di quanto dicono le statistiche ufficiali: non il 16%, ma un punto o un punto e mezzo in meno. E questo perché nel calderone dei conti finisce anche spesa assistenziale del tutto slegata alla previdenza: assegni familiari, Tfr, indennità di malattia. Infine i pensionati pagano molte tasse – 58 miliardi di Irpef – senza ricevere gli 80 euro e potendo godere di detrazioni più basse di quelle godute dai lavoratori.
Ecco insomma il quadro che faranno i sindacati. Se riformare la Fornero (67 anni di età oppure 43 anni di contributi) anche per superare Quota 100 costa troppo, la risposta è nel sistema stesso: rivedere i calcoli, soppesare il carico fiscale, non penalizzare i sacrifici di una vita. E soprattutto usare gli avanzi di Quota 100, visto che nel 2019 solo la metà degli aventi diritti ha scelto questa forma di flessibilità e le domande procedono lente. Secondo le più recenti stime Inps, nel decennio 2019-2028 (Quota 100 dura tre anni, ma ha un impatto più lungo) la minore spesa sarà di 6,5 miliardi su 28 miliardi stanziati dal governo M5S-Lega.
Se questo è il clima, si comprende l’eco suscitata dall’idea del presidente dell’Inps Tridico riportata da Repubblica di consentire flessibilità in uscita solo se ripagata dalla rinuncia di un pezzetto di assegno: ovvero con il ricalcolo contributivo. Anche per una questione di equità intergenerazionale, visto che dal 2036 quella sarà la modalità di pensionamento per tutti. Ipotesi bollata dalla Cisl come «impropria», buttata lì per «condizionare l’incontro» di lunedì. «Siamo determinati a restituire al mittente qualsiasi ipotesi di scambio tra flessibilità in uscita e calcolo integralmente contributivo della pensione», dice il sindacato guidato da Annamaria Furlan. Stesso clima in casa Uil, «contraria ad ogni ipotesi di subordinare la flessibilità di accesso alla pensione al ricalcolo contributivo», insiste Domenico Proietti, segretario confederale. Anche la Cgil con il leader Maurizio Landini ritiene inaccettabile lo scambio flessibilità-ricalcolo: «La legge Fornero ha aumentato le disuguaglianze e va superata. Ma il ricalcolo sarebbe troppo penalizzante». Tridico viene poi criticato anche dall’autrice della riforma del 2011 che la sua idea punta a smontare. «Sotto il profilo finanziario questa proposta non addossa oneri alla collettività nel senso che ciascuno prende la pensione che si è pagata con i propri contributi», ragiona l’ex ministro Elsa Fornero. «Ma è chiaro che comporterebbe pensioni molto più basse di quelle che i lavoratori si attendono». L’ultima parola al ministro del Lavoro Nunzia Catalfo che per ora si limita ad auspicare: «I risparmi di Quota 100 restino nella previdenza, la flessibilità deve essere stabile e duratura».
La Repubblica

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