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Pensioni, l’inflazione nel 2023 spingerà la spesa in su del 7,4%. I sindacati: rafforzare l’indicizzazione. Ma costi Welfare già in salita del 6%

E più meno di pari passo dovrebbero lievitare il conto complessivo delle prestazioni sociali: +0,6% quest’anno e +6% il prossimo quando la spesa dovrebbe raggiungere i 425,7 miliardi, oltre 100 miliardi in più del livello registrato 10 anni prima, nel 2013. Anche se il governo tiene a sottolineare come nel periodo compreso tra il 2010 e il 2018 i ritmi di crescita della spesa siano stati particolarmente contenuti.

Ma nel triennio 2019-2021, «caratterizzato da una modesta indicizzazione ai prezzi delle prestazioni», l’andatura della spesa è tornata ad essere sostenuta con un tasso di crescita media annuo tre volte maggiore, al netto delle rivalutazioni, di quello registrato nei nove anni precedenti. E la causa è da ricercare negli interventi adottati in quest’ultima fase. A a partire dal reddito di cittadinanza, ma, soprattutto, da quelli sulle pensioni, con l’introduzione di quota 100 e di altre deroghe alla “Fornero”. Che, si legge nel Def, «in tre anni di applicazione, di cui uno, il 2019, molto parziale» hanno avuto come effetto un «incremento del debito pubblico di circa un punto di Pil a fine 2021».

Il tutto ha prodotto, si evidenzia del Documento di economia e finanza del governo, «un elevato livello di spesa strutturale», al quale ora si sommeranno le ricadute sulle uscite complessive per il Welfare dovute all’impennata dell’inflazione con una «più elevata indicizzazione ai prezzi delle prestazioni». Che sarà visibile soprattutto nel 2023.

Le annotazioni contenute nel Def fanno capire come siano esigui gli spazi disponibili per tutelare maggiormente i trattamenti pensionistici e, allo stesso, tempo aprire la strada a forme di flessibilità in uscita, così come vorrebbero i sindacati, ma anche Leu e una parte del Pd e del M5S. A caldeggiare la flessibilità in uscita è stata di fatto anche dalla Corte dei conti nell’ultima audizione in Parlamento nel rilanciare la proposta di «convergere gradualmente, ma in tempi rapidi, verso una età uniforme per lavoratori in regime retributivo e lavoratori in regime contributivo puro» (quindi, a 64 anni d’età) attraverso l’adozione di «una correzione attuariale anche sulla componente retributiva dell’assegno».

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