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Pensioni, nel 2023 rivalutazione del 7,3%. Tavolo su Quota 41. Allarme per la corsa della spesa. Meloni ai sindacati: spazi stretti

Il Sole 24 Ore. La spesa per pensioni continua a correre. L’allarme rilanciato nel corso dell’auzione parlamentare sulla Nadef dal ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, nel ribadire che l’impennata dell’inflazione con conseguenti adeguamenti degli assegni pensionistici appesantirà il conto della previdenza di altri 50 miliardi tra il 2022 e il 2025, è tato un po’ il convitato di pietra del tavolo con i sindacati convocato ieri da Giorgia Meloni all’insegna della massima «collaborazione». La premier ha ripetuto che gli spazi per nuove misure previdenziali nella manovra in arrivo sono molto stretti: «Non so se riusciremo ad agire sulle pensioni già nella legge di bilancio», ha detto Meloni. Anche perché proprio ieri lo stesso Giorgetti ha firmato il decreto che farà scattare da gennaio una rivalutazione di ben il 7,3% delle pensioni per il 2023, dando così un ’ulteriore, significativa spinta alla già sostenuta andatura della spesa previdenziale.

I trattamenti saranno adeguati all’inflazione seguendo lo schema in vigore: al 100% per gli assegni fino 4 volte il minimo (523 euro mensili), al 90% per quelli tra 4 e 5 volte il minimo e al 75% per le pensioni oltre quest’ultima soglia. L’aumento previsto dal decreto come sempre è stato calcolato sulla base della variazione percentuale che si è verificata negli indici dei prezzi al consumo forniti dall’Istat il 3 novembre.

Resta da capire che cosa accadrà con lo stop a Quota 102 previsto per fine anno. I sindacati sono tornati alla carica sulla necessità di evitare lo «scalone» che si materializzerebbe il 1° gennaio con il ritorno alla legge Fornero in versione integrale. Meloni, Giorgetti e il ministro del Lavoro, Marina Calderone, hanno ribadito l’intenzione di limitare il più possibile l’impatto di questo “scalone”, ma compatibilmente con lo stato dei conti pubblici. Scontata la proroga di Opzione donna, così come quella di Ape sociale, Meloni ieri non si è sbilanciata su altri interventi, anche se ha confermato che sarà avviato in tempi rapidi un apposito tavolo. Che avrà anche il compito di tracciare le linee guida di una nuova riforma da definire il prossimo anno per garantire pensioni sostenibili alle giovani generazioni, rilanciare la previdenza integrativa e, se possibile, separare la previdenza dall’assistenza, come peraltro chiedono da anni gli stessi sindacati.

Per scongiurare un passaggio non indolore tra Quota 102, nella configurazione concepita dall’esecutivo Draghi, e la legge Fornero nella sua versione originaria, Giorgetti in Parlamento non ha escluso che nel 2023 si possa andare in pensione con 41 anni di contributi. Un requisito che dovrebbe essere però accompagnato da una soglia anagrafica (61, 62 o anche 63 anni) in forma rigida o con un mix flessibile. In ogni caso le risorse per coprire un intervento del genere dovranno essere recuperate all’interno del Welfare. Il principale indiziato sembrava essere il Reddito di cittadinanza, che con la legge di bilancio sarà interessato da una parziale rivisitazione. Ma anche i risparmi dal restyling del sussidio caro ai Cinque Stelle potrebbero essere destinati al pacchetto in preparazione per attutire gli effetti del caro energia su famiglie e imprese.

Per scongiurare il ritorno in versione integrale alla “Fornero” dal 2023 vanno recuperati 1-1,5 miliardi. Il ricorso a uscite con 61 anni d’età e 41 di contributi (una sorta di Quota 102 in un nuovo formato) costerebbe per il solo 2023 poco più di un miliardo, al quale occorrerebbe poi aggiungere la dote per prolungare Opzione donna e Ape sociale, senza considerare le eventuali risorse necessarie per far scattare gli incentivi, su cui punta la Lega, per favorire il rinvio dei pensionamenti di alcune categorie del settore pubblico, come ad esempio i medici. Ma per il governo sarà difficile andare oltre il tetto degli 1-1,5 miliardi. Nell’audizione in Parlamento il ministro dell’Economia ha ricordato che le nuove stime d’inflazione «determinano una diversa ipotesi di indicizzazione», che oltre al balzo della spesa atteso il prossimo anno, comporta «maggiori oneri» per 7,1 miliardi nel 2024 e 5,6 miliardi nel 2025.

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