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Pensioni. Per il dopo Quota 100 ampia gamma di opzioni. Sulla flessibilità in uscita non c’è una linea comune e resta l’incognita costi

Il Sole 24 Ore. Un tourbillon di opzioni più o meno praticabili. È quello che rischia di accompagnare il percorso che dovrà portare al dopo Quota 100. Il primo appuntamento tra governo e parti sociali dovrebbe essere fissato entro la fine del mese. E, al momento, la discussione sembra destinata a ripartire con soli due punti fermi: la necessità di garantire uscite agevolate per i lavoratori impegnati in attività gravose e usuranti, magari rafforzando l’Ape sociale, e di dare una maggiore spinta ai contratti d’espansione anche per favorire la cosiddetta staffetta generazionale.
Su queste due priorità sembrano infatti già convergere i sindacati, gran parte della maggioranza e lo stesso governo, che sta appunto lavorando per rendere accessibili i contratti d’espansione anche alle imprese di più piccole dimensioni abbassando l’attuale soglia dei 250 addetti e che nelle bozze del Pnrr aveva già ipotizzato la possibilità di una deroga alla legge Fornero per le mansioni logoranti.

Sulla flessibilità in uscita così come sulle pensioni di garanzia per i giovani o sul rilancio della previdenza complementare il tavolo si presenta con molte incognite. Anche perché l’istruttoria tecnica al ministero del Lavoro sui possibili sbocchi è appena cominciata e il Mef, da parte sua, ha già di fatto lanciato un nuovo allarme con il Documento di economia e finanza (Def) sull’andamento della spesa previdenziale. Che ricomincerà a correre dal 2026 per andare a raggiungere nel 2036, dieci anni dopo, un picco di spesa del 17,4% sul Pil. Lo scoglio principale resta quello della flessibilità chiesta a gran voce da Cgil, Cisl e Uil, che puntano su un accesso alla pensione a 62 anni o con 41 anni di contributi a prescindere dall’età anagrafica.

Una soluzione, quest’ultima, caldeggiata anche dalla Lega che non vorrebbe discostarsi troppo da Quota 100, dando comunque priorità ai contratti d’espansione. Il ricorso a un meccanismo flessibile è sostanzialmente condiviso anche dal M5S e da molti esponenti del Pd. Lo stesso presidente dell’Inps, Pasquale Tridico, ha proposto di consentire il pensionamento a 62-63 anni con la sola parte puramente contributiva per poi ottenere la quota retributiva al raggiungimento dei 67 anni anni d’età. Resta il problema dei costi, che salirebbero ulteriormente con la creazione di una pensione di garanzia per i giovani con carriere discontinue, su cui, tra l’altro, vigila con attenzione Bruxelles.

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