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    Pensioni, per l’uscita anticipata ora spunta la formula «fai da te». In pensione tre anni prima: tagli fino all’8%

    pecore-elettricheInserito da pecore-elettriche3 Giugno 2016Nessun commento5 Minuti di lettura
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    pensioni fai da teL’Ape, l’anticipo pensionistico annunciato dal premier Renzi, arriverà nel 2017 e potrà avere molte formule. Dal piano del governo, ora al tavolo con i sindacati, emerge una sorta di pensione anticipata fai da te: al lavoratore verrà offerta un’ampia scelta per ottenere un assegno fino a tre anni prima della pensione di vecchiaia (cioè da 63 anni e 7 mesi in poi) sotto forma di prestito da restituire a rate, in 20 anni, trattenute direttamente sulla pensione. Saranno coinvolte banche, assicurazioni e le stesse aziende, ma anche i fondi di previdenza complementare. Le penalizzazioni oscillano tra un minimo del 2% per ogni anno di anticipo fino all’8% annuo per i redditi più alti. La riforma Fornero non verrà modificata: i requisiti per la pensione resteranno fermi. Ma al lavoratore verrà offerto un ventaglio di strumenti per ottenere un assegno anticipato, al massimo per tre anni prima della pensione di vecchiaia (cioè da 63 anni e 7 mesi in poi) sotto forma di prestito da restituire in 20 anni, a rate trattenute sulla pensione normale.

    Questo assegno, che il premier Matteo Renzi ha ribattezzato Ape (Anticipo pensionistico), potrà essere fornito dal sistema bancario (anche se tutto dovrebbe passare per l’Inps), assistito dalle assicurazioni (nel caso in cui il pensionato muoia prima di aver completato il rimborso). Oppure dall’azienda: quella evidentemente interessata a svecchiare l’organico e disposta per questo a sopportarne il costo.

    Ma l’anticipo potrà arrivare anche dal fondo di previdenza complementare (se il lavoratore vi è iscritto e ha accumulato un capitale sufficiente) e in questo caso si chiamerebbe Rita, «Rendita integrativa temporanea anticipata». Il lavoratore potrà anche decidere per un mix, per esempio prendendo parte dell’anticipo sotto forma di Rita e parte dall’azienda. Le combinazioni possibili saranno più d’una. Il lavoratore dovrà, anzi potrà (perché il pensionamento anticipato sarà su base volontaria) scegliere quale gli conviene.

    Le penalizzazioni

    La restituzione del prestito nella forma di Ape comporterà infatti una penalizzazione della pensione normale che potrà variare molto in base al reddito e alla condizione lavorativa. Il piano per la «flessibilità in uscita» al quale sta lavorando Palazzo Chigi sotto la regia del sottosegretario Tommaso Nannicini prevede, è vero, che ci sia la detrazione delle rate di rimborso del prestito, ma le detrazioni sarebbero inversamente proporzionali al reddito. Secondo le ipotesi allo studio, le penalizzazioni sull’importo della pensione regolare, oscillano da un minimo del 2% per ogni anno di anticipo (quindi massimo 6%) fino all’8% annuo (massimo 24%) per i redditi più alti. In media il taglio sarebbe del 3-4% l’anno. Questa curva si abbasserebbe molto però se il lavoratore fosse un esubero. Qui, infatti, dovrebbe essere lo Stato a farsi carico in tutto o in parte delle penalizzazioni.

    Il lavoratore potrebbe inoltre ridurre l’entità del prestito Ape e quindi delle penalizzazioni mixandolo con la Rita, bruciandosi però in anticipo parte della rendita integrativa. Del resto, il governo è disposto a mettere sul piatto non più di 6-700 milioni nel 2017, anno in cui il meccanismo dovrebbe partire.

    Il confronto

    Fin qui le ipotesi dell’esecutivo. Ma lo stesso Renzi ha voluto che su questa partita, come sul lavoro, si aprisse un confronto coi sindacati. Dopo l’incontro fra il ministro del Lavoro, Giuliano Poletti, lo stesso Nannicini e i segretari di Cgil, Cisl e Uil, lo scorso 24 maggio, le parti hanno concordato una bozza di verbale che fa capire quanto la trattativa sarà ampia. Il primo incontro sui due tavoli si terrà forse il 10 giugno. La lista degli argomenti che verranno trattati parla da sola. Sul tavolo della previdenza, «flessibilità in uscita», ma non solo: ricongiunzione; usuranti; lavoro di cura; esodati; lavoro precoce; impatto del contributivo sui giovani; investimenti dei fondi pensione nell’economia reale; rivalutazione della pensioni; separazione tra previdenza e assistenza (proprio ieri il governo ha presentato un emendamento alla delega povertà che esclude il temuto riordino delle prestazioni legate al reddito, reversibilità compresa); riforma dell’Inps. Impegnativo anche il tavolo delle «politiche del lavoro». Tra l’altro si discuterà di: centri per l’impiego; incentivi al lavoro stabile; partecipazione; potenziamento della contrattazione aziendale; crisi dei call center; Naspi (indennità di disoccupazione) per gli stagionali; voucher.

    Il patto sociale

    È chiaro che se si dovesse arrivare a un accordo tra governo e sindacati si tratterebbe di un vero e proprio Patto sociale destinato a condizionare le politiche economiche e di welfare dei prossimi anni. Solo che l’intesa parte davvero in salita. I sindacati non vogliono sentir parlare di prestito né di penalizzazioni. Chiedono che i lavoratori possano lasciare da 62 anni in poi senza tagli, perché c’è già l’effetto del contributivo pro rata, dicono. Ma si scontrano con la decisione del governo di non riformare la Fornero, caposaldo di credibilità in Europa.

    «La flessibilità in uscita è importante — ha detto ieri il ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, intervistato a Sky Tg24 — ma andrà valutata la sostenibilità dei conti». E sull’ipotesi di estendere gli 80 euro ai pensionati al minimo ha tagliato corto: «Gli spazi non sono infiniti».

    di Enrico Marro – Il Corriere della Sera – 2 giugno 2016

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