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    Home»Notizie ed Approfondimenti»Pensioni, poveri giovani: chi ha iniziato a lavorare dopo il 2020 dovrà aspettare fino a 71 anni, il dato più alto tra i principali paesi europei. E’ il risultato del passaggio al sistema interamente contributivo
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    Pensioni, poveri giovani: chi ha iniziato a lavorare dopo il 2020 dovrà aspettare fino a 71 anni, il dato più alto tra i principali paesi europei. E’ il risultato del passaggio al sistema interamente contributivo

    Cristina FortunatiInserito da Cristina Fortunati10 Agosto 2023Aggiornato:13 Dicembre 2023Nessun commento4 Minuti di lettura
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    Per ottenere una pensione un minimo decente i giovani di oggi dovranno lavorare ben oltre i 70 anni, senza peraltro mai avere la possibilità di uscite anticipate al contrario dei loro padri e dei loro nonni. Questo è il risultato perverso, ma purtroppo in qualche modo anche previsto, del passaggio al sistema di calcolo delle pensioni interamente contributivo, associato a stipendi sempre più bassi (nel 2021 i lavoratori under 25 hanno ricevuto in media 8.824 euro, il 40% della retribuzione media complessiva) e carriere sempre più precarie e discontinue, con i contatti a termine e quelli atipici che negli ultimi anni sono arrivati a sfiorare il 40% del totale. A lanciare l’allarme è il Consiglio nazionale giovani che ieri ha presentato una ricerca realizzata assieme ad Eures sulla «Situazione contributiva e futuro pensionistico dei giovani».

    In base alle proiezioni di Eures i giovani entrati nel mondo del lavoro nel 2020 all’età di 22 anni in Italia raggiungeranno l’età pensionabile a 71 anni, il dato più alto tra i principali paesi europei. Rispetto all’età pensionabile attuale, infatti, in Italia serviranno 9 anni in più, 8,5 in Danimarca, 4 in Grecia contro una media Ue di 1,7 anni, con Francia e Germania appena sotto (rispettivamente a 1,5 e 1,3 anni) e paesi come Spagna, Austria e Svezia dove invece non ci saranno differenza tra chi è nato nel 2000 e chi invece è nato 50 anni prima. Quanto al valore delle pensioni atteso nei prossimi decenni, solo per fare un esempio (vedere schede sotto), il caso limite è quello dei lavoratori dipendenti che oggi hanno meno di 35 anni e che per ottenere un assegno pensionistico di appena 1.099 euro (1.577 lordi mensili, ovvero 3,1 volte l’importo dell’assegno sociale), dovranno restare al lavoro fino al 2057, determinando così un ritiro quasi a 74 anni (73,6).

    «La crescente precarizzazione e discontinuità lavorativa, associata a retribuzioni basse e mancanza di garanzie sociali, colpisce in particolare i giovani e le donne, rendendo più difficile il loro percorso di ingresso nel mercato del lavoro, la stabilità contrattuale e i livelli retributivi» denuncia la presidente del Cng, Maria Cristina Pisani. Secondo la quale «la questione demografica e il passaggio al sistema contributivo puro mettono ulteriormente a rischio la sostenibilità del nostro sistema pensionistico. Questa tendenza impone ai cittadini di lavorare più a lungo per ricevere pensioni meno generose rispetto alle generazioni precedenti». La combinazione di discontinuità lavorativa e retribuzioni basse per i lavoratori under 35 determinerà un ritiro dal lavoro solo per vecchiaia, con importi pensionistici prossimi a quello di un assegno sociale, «una situazione – rileva il Cng – che sarà socialmente insostenibile».

    La necessità di contenere la nostra spesa pensionistica, che in media viaggia almeno 4 punti sopra la media Ue, negli anni passati ha costretto i governi ad introdurre una serie di paletti contro cui le nuove generazioni finiranno per scontarsi e che di qui ai prossimi anni rischiano di produrre una situazione davvero esplosiva.

    «L’esigenza di tenere aperto il dibattito sulla questione pensionistica dei giovani – spiegano dal Cng – è condivisa dalle numerose e autorevoli stime prodotte sulla dimensione sociale del fenomeno e sui valori degli assegni attesi a conclusione del percorso lavorativo, che trovano peraltro piena conferma anche nell’indagine condotta dall’Eures». Quest’ultima muove dai dati Inps relativi al monte retributivo dei giovani (15-35 anni) con almeno un contributo versato presso le diverse gestioni, vale a dire un universo di oltre 9 milioni di «contribuenti», di cui quasi la metà concentrato nella fascia 30-35 anni (4,1 milioni di unità) e composto per il 55,3% da lavoratori maschi e per il 44,7% da lavoratrici. L’81,1% del totale dei giovani lavoratori fa riferimento al Fondo pensione lavoratori dipendenti, il 5,9% alla Gestione artigiani, commercianti e coltivatori diretti (Cdcm), il 5,8% alla Gestione separata e il 4,3% alla Gestione dipendenti pubblici.

    Secondo Pisani «abbiamo bisogno di un dibattito nazionale più aperto e inclusivo sulle pensioni. È una questione di giustizia intergenerazionale e di sostenibilità del nostro sistema sociale. Oltre a questo il Consiglio nazionale dei giovani continua a rivendicare l’introduzione di una pensione di garanzia per i giovani, come chiedono peraltro da tempo anche i sindacati, e che preveda strumenti di sostegno e copertura al monte contributivo per i periodi di formazione, discontinuità e fragilità salariale dei giovani.

    Come spiega Alessandro Fortuna, consigliere di presidenza con la delega alle politiche occupazionali e previdenziali, «se non si vuole ignorare il rischio di povertà cui sono esposte intere generazioni, a questi interventi dovranno poi accompagnarsi modifiche strutturali che consentano un acceso stabile e di qualità nel mercato del lavoro restituendo, peraltro, sostenibilità a un modello previdenziale a scambio generazionale».

     

    La Stampa

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    Cristina Fortunati
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