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Pensioni, primo passo. Domani il governo limiterà i rimborsi a 3 miliardi. Recupero pieno solo fino a 1.500 euro e niente sopra i 3 mila. M5S: “Ma così si rischia di avere migliaia di ricorsi”

La decisione la prenderà probabilmente domani il premier Matteo Renzi. Varare il decreto ora? Aspettare le elezioni? Che soluzione individuare, fermo restando che – ormai è chiaro – non tutti i pensionati teoricamente aventi diritto riceveranno il rimborso? Per il momento sembra probabile che domani la riunione di Consiglio dei ministri non licenzierà il provvedimento che mira ad adempiere (parzialmente) alla sentenza della Consulta.

Secondo le indiscrezioni, comunque, il costo del decreto legge – che comunque prevederà solo mini-rimborsi, e solo per i redditi da pensione sotto una certa fascia – dovrebbe essere lievemente superiore a tre miliardi.

Nuove regole generali

Il decreto legge, oltre a prevedere i rimborsi, stabilirà anche le nuove regole per il futuro in tema di perequazione delle pensioni. Il meccanismo dovrebbe prevedere una gradualità e progressività, in ossequio a una certa interpretazione della sentenza della Corte Costituzionale. In altre parole, sarà confermato il principio – seguito anche dal governo Monti – che le pensioni fino ai 1500 euro lordi devono avere un pieno recupero del potere d’acquisto. D’ora in poi, quindi, la fetta di pensione fino a 1500 lordi avrà pieno recupero dell’inflazione. La fetta tra i 1500 e i 2000 euro mensili lordi verrà invece rivalutata per l’80% dell’inflazione; solo per il 60% quella tra 2000 e 2500 euro; niente perequazione per la parte di assegno che supera i 2.500 lordi. I rimborsi per il passato verrebbero dunque calcolati sulla base di queste regole. Ancorché parziale, è comunque una ipotesi molto costosa: sono circa 4,3 milioni i pensionati con redditi tra i 1.500 e i 2.500 euro e a tutti questi bisognerebbe dare l’indicizzazione sui primi 1.500 euro. Parliamo di un cospicuo monte di redditi annui totali: 77 miliardi sui 99 complessivi di queste fasce. Per questo un’altra idea più «risparmiosa» per i conti pubblici prevede un rimborso sul reddito complessivo dei pensionati tra 1.500 e 2.500-3.000 euro con percentuali basse (si potrebbe partire dal 50%) e in ogni caso discendenti all’aumentare del reddito.

Il ministro Poletti

Il ministro del Lavoro Giuliano Poletti a margine di un convegno sul Jobs act ha detto che al momento «non c’è nessuna decisione», ma che il Consiglio dei ministri è il luogo dove queste decisioni possono essere prese. In un’intervista il sottosegretario all’Economia Enrico Zanetti ha sottolineato come che la via migliore sia quella di un provvedimento in più tappe: lunedì le linee guida e, più avanti, il decreto. «Meglio prendersi più tempo – ha detto – per costruire una gradualità dei rimborsi, che tenga conto non solo dell’assegno ma anche dei contributi versati. La sintesi finale compete a Renzi e Padoan, ma questa soluzione riscuote ampi consensi».

Critici i Cinque Stelle: la soluzione a cui starebbe pensando il governo, dice Luigi De Maio, «a me non convince: questa legge è stata fatta male, e la votò anche il Pd, ma ora se non applichiamo il dettato della Corte rischiamo di trovarci con migliaia di ricorsi che creeranno ancora di più una voragine nei nostri conti pubblici». Ma M5S per rimediare ipotizza un provvedimento di difficile costituzionalità, ovvero «un tetto alle pensioni, diciamo massimo 5.000 euro, togliendole a Giuliano Amato e a tutti quei personaggi che prendono 20.000 euro al mese».

[R. Gi.] – La stampa – 17 maggio 2015 

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