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Pensioni, rinvio impossibile in legge di Bilancio. La Finanziaria sarà in vigore in gennaio, troppo tardi per stoppare lo scatto a 67 anni. Resta il Milleproroghe

Sarà la battaglia di Capodanno. O meglio: la sfida del cenone, lo scontro di San Silvestro. Chi punta sul rinvio di “quota 67” può solo sperare nel Milleproroghe. Perché gli emendamenti alla manovra che fanno slittare al 30 giugno 2018 il decreto per aumentare l’età della pensione a 67 anni dal 2019 sono stati dichiarati ammissibili in Senato. Ma solo perché a firmatari e relatori è sfuggito che la legge di Bilancio su cui sono caricati entra in vigore il primo gennaio 2018. Troppo tardi quindi per rimandare un decreto interministeriale – quello che impone di recepire la speranza di vita ricalcolata dall’Istat da varare per legge entro il 31 dicembre.

Ecco dunque che la strategia politica del rinvio sembra un’arma ormai spuntata, un treno senza binario. All’inizio condivisa dal Pd e dal suo segretario. Ora sposata in pieno dall’Mdp di Bersani e pure dalla Cgil, che si prepara a scendere in piazza dopo aver rotto con Cisl e Uil e rifiutato l’offerta del governo di escludere 15 categorie di lavori gravosi da “quota 67”. Il premier Paolo Gentiloni ci crede ancora, anzi si aspetta che all’ultimo tavolo di oggi in Sala Verde i sindacati «condividano lo sforzo». Ovvero un pacchetto da 300 milioni per salvare fino a 20 mila lavoratori dall’aumento a 67 anni. Una Commissione tecnica per individuarne altri. E un fondo per rendere strutturale l’Ape sociale, l’indennità a carico dello Stato che anticipa la pensione a 63 anni.

Ma la Cgil, a meno di un dietrofront dell’ultima ora, si sfilerà. E come ha fatto sapere la leader Camusso punterà alla manifestazione e al rinvio a giugno: «Ci sarebbe il tempo per definire un sistema più equo». Il paracadute parlamentare però non si può aprire, per il pasticcio delle date. Inutile dunque l’emendamento Mdp, prima firma della senatrice Lucrezia Ricchiuti, che propone di differire al 30 giugno 2018 il decreto direttoriale. Così pure quello della Lega Nord di Silvana Comaroli. E l’altro di Erica D’Adda, senatrice Pd, che però a differenza degli altri due «non ha la copertura del partito, è a titolo personale», spiega l’ufficio pd del Senato. Il Partito democratico anzi «si prepara ad accogliere il pacchetto del governo », quello che emergerà dal tavolo di oggi, ripete la relatrice della manovra Magda Zanoni.

Tramontato il decreto fiscale – che sarà legge alla Camera senza modifiche, per non decadere, e che all’inizio quando era in Senato aveva ospitato diversi emendamenti per il rinvio, poi saltati – l’ultimo treno normativo è allora il Milleproroghe, in Zona Cesarini. Per quella data, a ridosso del brindisi di Capodanno, il governo però potrebbe aver già ratificato “quota 67” col decreto “direttoriale”, firmato dai direttori generali di Economia e Lavoro. Palazzo Chigi d’altro canto non vuole il rinvio. Né giocare con la scadenza sul filo di lana, perché rischia il danno erariale. Al contrario, è pronto a inserire subito le sue proposte, tutte o una parte, in manovra. Con o senza Cgil.

Repubblica – 21 novembre 2017

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