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Riforma pensioni, verifica ancora in agenda. Possibili forme di gradualità, ma commissione monitoraggio è rimasta sulla carta

1a1a1_0aapensioni_gradualit_contribLa riforma pensionistica Monti-Fornero (legge 214/2011) contiene al comma 28, articolo 24, l’impegno di valutare entro il 2012 due elementi fondamentali per l’assetto di lungo termine del sistema pensionistico. Si tratta della possibilità di introdurre ulteriori forme di gradualità nell’accesso al trattamento pensionistico (fermo restando la stabilità finanziaria e l’applicazione del metodo contributivo) e della previsione di eventuali forme di decontribuzione parziali dell’aliquota contributiva obbligatoria verso schemi previdenziali integrativi. L’analisi dovrà essere effettuata da una commissione, che non risulta ancora costituita. Eppure le valutazioni che dovrebbe effettuare sono alla base di un serio confronto delle parti sociali.

Eppure, l’organizzazione finale del nostro sistema pensionistico non potrà prescindere da un serio confronto delle parti sociali sulle valutazioni effettuate da tale commissione.

Per quanto concerne il primo elemento, la revisione dell’accesso al pensionamento è importante se si considera che in futuro difficilmente esso avverrà con le stesse modalità del passato, ossia sulla base di una specifica data in coincidenza della quale si verificherà la definitiva cessazione dall’attività di servizio e la corrispondente decorrenza dell’intera prestazione pensionistica maturata. Più probabile potrebbe essere un periodo transitorio nel corso del quale il lavoratore inizierà a ridurre progressivamente l’attività lavorativa e a percepire, assieme alla retribuzione, una serie di forme di sostegno al reddito (inclusa magari la previdenza complementare) che lo accompagneranno al pensionamento definitivo.

Il secondo elemento tocca, invece, il tema delle le risorse utilizzate per finanziare il sistema pensionistico e i vari pilastri da esso composto (solitamente tre: quello pubblico, l’Inps, quello privato, i fondi pensione, e quello individuale costituito dal risparmio personale). Attualmente, per i lavoratori dipendenti il solo contributo destinato alla previdenza pubblica è pari al 33% della retribuzione, tra i più elevati dei maggiori Paesi europei. Difficilmente un sistema del genere può essere considerato sostenibile nel lungo termine, visto l’onere per le aziende. Lo scenario delineato dalla riforma, invece, ipotizza l’eventualità – compatibilmente con l’equilibrio dei conti pubblici e presumibilmente su basi volontarie – di trasferire alla previdenza complementare una quota della contribuzione destinata al sistema di base.

Uno scenario del genere, per i lavoratori con redditi elevati, sotto certi aspetti era già stato previsto nel 1995 dalla riforma Dini. Per gli iscritti per la prima volta all’Inps dopo il 31 dicembre 1995 e per tutti coloro che avessero optato per l’applicazione integrale del metodo di calcolo contributivo (e non retributivo o misto) la riforma aveva, infatti, previsto l’introduzione di un massimale di retribuzione pensionabile e contributiva – peraltro vigente (sulla base del quale, in una prima fase, i contributi commisurati alla fascia di retribuzione eccedente il massimale e destinati al finanziamento della previdenza complementare ricevevano anche uno specifico ulteriore beneficio fiscale).

La riforma Monti-Fornero sembra invece destinare la nuova possibilità più alle giovani generazioni che ai dipendenti con reddito elevato. L’approccio appare in ogni caso condivisibile. Nel 2007 anche Mario Draghi (allora Governatore della Banca d’Italia) aveva sollecitato il Governo ad introdurre disposizioni del genere.

Attualmente la copertura finale complessiva media offerta ad un lavoratore è per l’80/90% garantita dal sistema pubblico. Eventuali difficoltà di tale sistema, accompagnate da misure restrittive tese a ristabilirne l’equilibrio finanziario, si traducono immediatamente in una riduzione delle prestazioni ricevute dagli aventi diritto. Un maggiore bilanciamento nelle prestazioni erogate dai vari pilastri migliorebbe sensibilmente la situazione, anche perché il risultato delle riforme pensionistiche succedutesi in questi anni è stato ridurre fortemente la copertura offerta dal sistema pubblico. Solo rinviando il pensionamento a tarda età e in presenza di una carriera continua, non caratterizzata da buchi contributivi è possibile ricevere ancora, alla cessazione del servizio, una prestazione adeguata (si veda anche l’esempio).

L’impatto del metodo di calcolo contributivo esteso a tutti con la riforma Monti-Fornero sul tasso di sostituzione (il rapporto tra pensione e ultima retribuzione) può essere verificato con una serie di proiezioni. In tabella si considerano tre lavoratori che al 1° gennaio 2012 hanno 40, 50 o 60 anni di età, che hanno iniziato l’attività lavorativa a 25 anni e con una retribuzione annua lorda iniziale di 15mila euro. In sostanza, i tre hanno nel sistema pubblico il medesimo periodo di iscrizione, la stessa anzianità contributiva e la stessa evoluzione retributiva, ma la maggiore incidenza del metodo contributivo comporta una riduzione della copertura garantita. La pensione finale sarà determinata per il quarantenne (iscritto per la prima volta all’Inps dopo il 31 dicembre 1995) secondo il metodo contributivo puro; per il cinquantenne(con meno di 18 anni di contribuzione al 31 dicembre 1995) con il metodo misto come stabilito dalla riforma Dini; per il sessantenne sulla base del metodo misto introdotto dalla riforma Monti-Fornero (con sistema contributivo solo dal 1° gennaio 2012). Le proiezioni sono state elaborate prevedendo tre diverse età di pensionamento (66, 68 e 70 anni di età), con tre possibili evoluzioni retributive: moderata (con una retribuzione percepita nell’anno immediatamente precedente il pensionamento pari, in valore reale, a 30mila euro), intermedia (con una retribuzione finale, sempre in valore reale, di 75mila euro) ed elevata (150mila euro)

Il Sole 24 Ore – 21 agosto 2012

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