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Perché la Mers asiatica comincia a farci paura. Arriva un nuovo virus, cosa si deve sapere. Intervista all’epidemiologo Giovanni Rezza (Iss)

Non se lo ricorda quasi nessuno, ma anche in Italia c’è stato un caso di Mers, la sindrome respiratoria parente della Sars, individuata dapprima tra Arabia Saudita, Emirati Arabi e Giordania e che da qualche settimana sta spaventando l’Occidente e l’Asia Orientale.

Ospedale Careggi di Firenze, estate del 2013. Furono registrati due casi sospetti e uno accertato. L’ammalato guarì. Forse basterebbe questo episodio a tranquillizzare quanti, dopo Ebola, temono che stia per scoppiare una nuova epidemia globale, nonostante la Mers abbia già causato 25 morti in Corea del Sud e un decesso in Germania. «Erano tutte persone dal quadro clinico compromesso, con problemi cardiocircolatori e respiratori. Nel nostro Paese c’è attenzione, ma non preoccupazione: nessun allarme per un possibile contagio», dice Giovanni Rezza. Epidemiologo, è direttore del Dipartimento di malattie infettive, parassitarie ed immunomediate dell’Istituto superiore di Sanità, che si occupa di monitorare la situazione Mers. «Naturalmente – spiega – dopo il caso toscano abbiamo messo a punto nuovi test diagnostici e il ministero della Salute ha allertato, tramite le Regioni, tutti gli ospedali. La nostra è una rete ampia e che funziona bene».

Mers sta per «Middle East respiratory syndrome», sindrome respiratoria del Medio Oriente. È causata da un virus, o meglio un coronavirus, per via della disposizione a raggiera attorno alle cellule, simile a quello che nel 2002 diede origine alla Sars, la polmonite che ha provocato 8 mila contagi e circa 800 morti. L’origine della Mers non è chiara. L’ipotesi più accreditata è che il virus appartenga ai pipistrelli della frutta e che poi abbia aggredito cammelli e dromedari, arrivando così all’uomo.

I sintomi sono febbre, tosse e difficoltà a respirare che, in certi casi, possono trasformarsi in un «distress» respiratorio, un’insufficienza tale da costringere alla terapia intensiva. Situazioni limite. Di solito, una volta fatta la diagnosi, l’ammalato viene posto in isolamento. D’altra parte, una terapia specifica non c’è. Esistono «trattamenti di supporto», come li chiamano gli esperti. «Ma non bisogna avere troppa paura – ribadisce Rezza -: i focolai della malattia si sono diffusi tutti in ambiente ospedaliero. Un malato ha contagiato medici e infermieri, che a loro volta hanno diffuso la patologia tra altre persone». Proprio come è successo in Corea del Sud, dove oltre ai decessi ci sono 7 mila persone in quarantena. «Questa non è, almeno per ora, una malattia “di comunità”: la trasmissione è piuttosto difficile. Avviene entrando a stretto contatto con chi ne è già affetto: i suoi bacilli si propagano attraverso tosse e starnuti. Una situazione diversa da quella di Ebola, malattia che si è diffusa ben oltre i confini dei reparti di ospedale, almeno nel contesto africano».

L’Oms, l’Organizzazione mondiale della Sanità, ha confermato che l’infezione umana da Mers non costituisce un’emergenza di sanità pubblica internazionale. L’istituzione con sede a Losanna, pertanto, non raccomanda di eseguire test ai viaggiatori nei punti di ingresso, né di esercitare restrizioni ai viaggi. Ma l’attenzione resta alta. Il tasso di mortalità legato alla patologia, infatti, ha superato il 36%: dall’aprile 2012 al giugno 2015 sono stati registrati 1321 casi di infezione e 466 decessi. Per guarire conta avere una buona salute di base e affidarsi a centri preparati. Assicura Rezza: «In caso di emergenza l’Italia è pronta a rispondere».

La Stampa – 24 giugno 2015 

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