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    Home»Notizie ed Approfondimenti»Permesso retribuito per curare il cane. Una dipendente pubblica single ottiene i «gravi motivi familiari e personali» per assistere il pet
    Notizie ed Approfondimenti

    Permesso retribuito per curare il cane. Una dipendente pubblica single ottiene i «gravi motivi familiari e personali» per assistere il pet

    Cristina FortunatiInserito da Cristina Fortunati12 Ottobre 2017Nessun commento5 Minuti di lettura
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    Un permesso retribuito a norma di contratto collettivo dei dipendenti pubblici per «grave motivo familiare e personale»: assistere il cane malato. È accaduto a Roma, dove una lavoratrice single dell’Università La Sapienza ha ottenuto di assentarsi dal lavoro per due giorni perchè l’animale domestico necessitava di un intervento medico veterinario urgente e indifferibile alla laringe e poi andava accudito. A una prima richiesta della donna il datore di lavoro ha risposto, a voce, negativamente ma dopo il supporto tecnico-giuridico dell’ufficio legale della Lega antivivisezione e ricevuto anche il certificato del veterinario, le cose sono cambiate. Le motivazioni alla base del parere positivo ricevuto dall’impiegata amministrativa sono che «la non cura di un animale di proprietà integra, secondo la Cassazione, il reato di maltrattamento degli animali previsto dal Codice penale all’art. 544-ter. Non solo. Vige il reato di abbandono di animale, come previsto dalla prima parte dell’articolo 727 del Codice penale», spiega una nota della Lav. «È evidente, quindi, che non poter prestare, far prestare da un medico veterinario cure o accertamenti indifferibili all’animale, come in questo caso, rappresentava chiaramente un grave motivo personale e di famiglia, visto che la signora vive da sola e non aveva alternative per il trasporto e la necessaria assistenza al cane». Soddisfazione degli animalisti: «D’ora in avanti, con le dovute certificazioni medico-veterinarie – ha detto il presidente Lav Gianluca Felicetti -, chi si troverà nella stessa situazione potrà citare questo importante precedente. Un altro significativo passo in avanti che prende atto di come gli animali non tenuti a fini di lucro o di produzione sono a tutti gli effetti componenti della famiglia», conclude. (Il Sole 24 Ore)

    Due giorni di permesso per curare il cane malato: “È come uno di famiglia”

    Il cane in ospedale ha bisogni e diritti come un genitore o un figlio, per cui il lavoratore può assentarsi per assisterlo chiedendo un permesso «per gravi motivi di famiglia». Quanto ottenuto da una dipendente dell’Università La Sapienza di Roma rappresenta un precedente fondamentale per i diritti degli animali e di chi li accoglie nella sua casa. Infatti, per la prima volta in Italia (in altri Stati europei già è prassi) il datore di lavoro ha accettato il certificato di malattia di un animale domestico per concedere un permesso retribuito per gravi motivi familiari.

    Anna, impiegata di 53 anni che lavora in amministrazione nell’ateneo romano, ha avuto la conferma che la sua richiesta, e con questa la sua battaglia di principio, è stata accettata due giorni fa. Lo scorso maggio, uno dei suoi due cani, Cucciola, si era ammalata gravemente. L’ingrossamento della tiroide rischiava di soffocare il setter, per il quale era necessario un intervento chirurgico. Anna, che è single e vive da sola, non era perciò andata al lavoro per portare il cane dal veterinario e farlo operare, chiedendo due giorni di permesso per «gravi motivi di famiglia». Quando, come da prassi, l’ufficio del personale le ha chiesto la documentazione per giustificare l’assenza, Anna ha consegnato i referti rilasciati dal veterinario di Cucciola. L’amministrazione però le ha decurtato due giorni di ferie.

    A quel punto l’impiegata, su consiglio di un’amica, si è rivolta alla Lav, che l’ha aiutata a far valere il suo punto di vista. Sulla base di sentenze emesse dalla Cassazione, la Lega antivivisezione ha consigliato ad Anna di far presente al suo datore di lavoro che non far curare un animale in pericolo di vita equivale a maltrattarlo e la legge n° 189 del 20 luglio 2004 considera reati i maltrattamenti. In altri termini, se la donna non si fosse occupata della salute del suo cane, portandolo dal veterinario per farlo operare, avrebbe infranto la legge.

    L’amministrazione dell’ateneo si è presa qualche tempo per valutare la richiesta inusuale, per la quale non esistevano, almeno in Italia, precedenti cui fare riferimento. Una volta verificati i documenti presentati da Anna e il fondamento dell’argomentazione ha infine trasformato i due giorni di ferie in permesso retribuito.

    In assenza di una legge specifica per tutelare gli animali all’interno della famiglia, la decisione dell’amministrazione universitaria è un passo molto importante verso la considerazione, non più soltanto fattuale, ma legale di cani e gatti come componenti del nucleo familiare. «In proposito è stata già presentata una proposta di legge bipartisan per inserire nel diritto di famiglia i principi per garantire il benessere degli animali – sottolinea il presidente della Lav, Gianluigi Felicetti -Per esempio, al momento sta alla sensibilità dei giudici, in caso di separazione dei coniugi o di morte del padrone, stabilire come garantire la cura di cani e gatti così come si fa per i figli. Ma è tempo che il sentire comune, che fa degli animali membri della famiglia, sia recepito dal diritto». Per adesso, con le dovute certificazioni medico-veterinarie, chi si troverà nella situazione di Anna potrà citare il suo precedente. (Repubblica)

    12 ottobre 2017

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