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Peste suina, accertato un caso a Rieti: nel Lazio è il primo fuori dalla zona rossa romana. Salgono a 14 i casi in Regione. Le Asl hanno attivato il protocollo operativo

Salgono a 14 i casi di peste suina africana accertati nel Lazio dopo il ritrovamento di un cadavere positivo nella zona di Borgo Velino. È molto probabile dunque una nuova perimetrazione della zona rossa.

Un nuovo caso di peste suina africana è stato registrato nel Lazio, questa volta però non a Roma ma in provincia di Rieti, e dunque fuori dalla zona rossa individuata nelle scorse settimane, che ha epicentro nel parco dell’Insugherata.

A confermarlo è stato l’assessore alla Sanità della Regione Lazio, Alessio D’Amato: «L’Istituto Zooprofilattico ha comunicato un nuovo caso positivo su una carcassa di cinghiale, questa volta nella zona di Borgo Velino in provincia di Rieti – ha detto in una nota – I servizi veterinari della Asl hanno già attivato i protocolli operativi».

Salgono dunque a 14 i casi di peste suina africana accertati nel Lazio. E anche se 13 rientrano nella zona rossa romana, è molto probabile che l’ultimo ritrovamento comporterà una nuova perimetrazione dell’area per allargarne i confini: a deciderlo sarà la cabina di regia istituita la scorsa settimana, cui partecipano Comune di Roma, Regione Lazio, il commissario straordinario per la peste suina africana, Angelo Ferrari, e la prefettura. Proprio il presidente della Regione Lazio, Nicola Zingaretti, ha inviato una lettera al ministro delle Politiche Agricole, Alimentari e Forestali, Stefano Patuanelli, e per conoscenza a Ferrari e al prefetto di Roma, Matteo Piantedosi, per chiedere indennizzi per le aziende agricole e gli allevamenti di suini.

Sia Ferrari sia il sottosegretario alla Salute, Andrea Costa, hanno inoltre confermato la linea degli abbattimenti selettivi per ridurre il numero di cinghiali presenti sul territorio nazionale: oltre al focolaio romano c’è quello partito a gennaio tra Piemonte e Liguria, per cui oggi si registrano 126 positività. Alle Regioni è stato chiesto «di predisporre dei piani per una sensibile riduzione dei cinghiali fino al 50%», e c’è sul tavolo la proposta di un decreto «per allungare il periodo venatorio in Italia da 3 a 5 mesi», come ha confermato Costa. Che nei giorni scorsi ha definito i cacciatori «alleati in questa battaglia». Provvedimenti e parole che hanno suscitato veementi proteste da parte delle associazioni animaliste, nettamente contrarie al ricorso alle doppiette per gestire la situazione. Soprattutto a Roma, dove il problema della presenza dei cinghiali è strettamente legato a quello dei rifiuti e dei cassonetti strapieni che attirano i branchi in città.

«L’eccessiva presenza di cinghiali sul nostro territorio nazionale è un’emergenza, purtroppo la contrapposizione ideologica di questi anni tra ambientalisti-animalisti da una parte e cacciatori dall’altra ha prodotto un disequilibrio ambientale che oggi dev’essere ripristinato attraverso l’intervento dell’uomo – ha detto Costa – I piani regionali per il depopolamento dei cinghiali partono da subito, bisogna partire subito, in Piemonte abbiamo già abbattuto oltre 2.000 cinghiali in un mese e mezzo». Il timore resta quello che la peste suina africana, che non si trasmette all’uomo né ad altri animali, possa arrivare a contagiare i suini domestici e da lì approdare negli allevamenti, con conseguenti pesantissime ricadute sul comparto. La malattia infatti è molto contagiosa, e ha praticamene sempre esito letale.

Peste suina africana, il report del commissario straordinario Ferrari

Nei giorni scorsi era stato il commissario straordinario Ferrari a riferire alla Camera sulle problematiche connesse all’emergenza peste suina africana, confermando che al 24 maggio erano 126 i casi identificati di peste suina in 29 Comuni coinvolti nella zona infetta compresa tra Piemonte e Liguria, 75 cadaveri ritrovati in provincia di Alessandria, 51 in provincia di Genova. A Roma c’è invece quello che ha definito «un focolaio primario. Quindi non è una gemmazione di quello ligure o piemontese. Il primo caso a Roma si è avuto il 27 aprile. A ora sono confermati 12 casi. Abbiamo il Raccordo anulare che sta fornendo una barriera, che viene rafforzata con dei lavori in corso. E si spera bloccherà la fuoriuscita da Roma Nord» del fronte epidemico, individuato nel Parco dell’Insugherata.

Ferrari ha confermato che la situazione cinghiali è «un po’ fuori controllo» su tutto il territorio nazionale, e che le Regioni «devono rivedere i loro piani di abbattimento» per abbassare i numeri della popolazione, in crescita costante e in sovrannumero: «Nelle aree infette – ha invece sottolineato – avviene invece un piano di eradicazione, che ha un aspetto sanitario. Così come è necessario dover abbattere e macellare i suini per evitare il passaggio della malattia, dobbiamo effettuare un abbattimento selettivo dei cinghiali nelle zone infette. I piani di eradicazione devono essere effettuati molto più velocemente».

 

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