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Pet therapy per i detenuti. A Verona il progetto “Orme oltre le mura”, in carcere gli animali diventano “educatori”

Parte a Monitorio un progetto con Ulss 20, Forestale e l’Istituto Zooprofilattico. I detenuti si prenderanno cura dei cani abbandonati o di esemplari commercializzati illegalmente

Quando l’educatore è un amico a quattro zampe. La casa circondariale di Montorio ha deciso di incrementare le esperienze di pet therapy per i detenuti. Parlare di “terapia” è però riduttivo. Attraverso il rapporto con gli animali, per la maggior parte cani, ma anche pappagalli e tartarughe sequestrati al commercio illegale, s’intende promuovere una “rieducazione affettiva” dei carcerati, abituandoli nuovamente a prendersi cura di qualcuno.

E questo, forse, potrebbe anche trasformarsi in un lavoro, scontata la pena. E si pensa di creare in carcere tre rifugi fissi per animali. lutto parte dall’innovativa collaborazione fra la Casa circondariale di Montorio, l’Ulss 20, il Corpo forestale dello Stato, e l’Istituto zooprofilattico sperimentale delle Venezie. Il progetto si intitola “Orme oltre le mura” ed è stato già testato per un anno prima di entrare, d’orain avanti, nella sua applicazione piena e amplificata.

I cani arriveranno in carcere dal canile sanitario dell’Ulss 20. Saranno scelte le bestiole che, oltre a una necessaria docilità, sono caratterizzate da età avanzata e da un basso indice di adottabilità. In questo modo, il beneficio sarà duplice: per i detenuti, che si occuperanno della gestione degli animali e che apprenderanno le basi dell’educazione cinofila, e per i cani, ciascuno dei quali avrà finalmente una persona tutta per sé per giocare, essere curato e nutrito.

Maria Giuseppina Bonavina, direttore generale dell’Ulss 20, affiancata da Fabrizio Cestaro, direttore del Servizio veterinario, spiega: “L’impiego di animali da compagnia nelle nostre strutture, come nella casa di riposo di Tregnago e nella sala d’attesa dell’Oncologia di San Bonifacio, sta dando ottimi risultati sullo stato emotivo degli assistiti, con la riduzione di ansia e depressione, delle loro conseguenze psicosomatiche e quindi della somministrazione di ansiolitici.

Si è pensato che gli stessi effetti potessero andare a beneficio dei detenuti, combattendo con la pet therapy il senso di solitudine e gli episodi di violenza e di autolesionismo”. Annuisce Maria Grazia Bregoli, direttore del carcere di Montorio: “Il progetto ci entusiasma, perché risponde all’articolo 27 della Costituzione, in cui c’è scritto che la pena detentiva deve tendere alla rieducazione del carcerato. Il cane crea con chi si prende cura di lui una relazione spontanea e immediata. Faremo attenzione, naturalmente, che gli animali siano trattati con ogni riguardo. Nell’iniziativa saranno coinvolti detenuti fra i 18 e i 25 anni alla prima esperienza carceraria, e le donne. Ma non escluderemo chi ci dimostrerà di voler partecipare”.

Igino Aldrighetto, direttore generale dell’Istituto zooprofilattico, precisa che “il progetto persegue un miglioramento effettivo nella qualità di vita in carcere. Il nostro compito sarà mediare il rapporto fra animale e detenuto, garantendo il benessere di entrambi”. Conclude Paolo Colombo, comandante provinciale del Corpo forestale: “Ci capita spesso di sequestrare animali protetti commerciati illegalmente. Inserendoli in questa iniziativa saranno trattati al meglio”.

L’Arena, 27 giugno 2014

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