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Pfas, l’Arpav: acqua pulita in tutta l’area rossa. «Ma ci sarà un aumento in bolletta». Spalmati sui residenti i 2,5 milioni per i filtri speciali. Test quotidiani sugli impianti

La buona notizia è che, a tempo record, in tutti i 21 Comuni a cavallo tra le province di Vicenza, Verona e Padova contaminati da Pfas (sostanze perfluoro alchiliche) nel giro di quindici giorni l’acqua degli acquedotti è diventata «Pfas free», cioè libera da Pfas. «Abbiamo centrato l’obiettivo — conferma Nicola Dell’Acqua, direttore generale dell’Arpav — grazie alle modifiche agli impianti operate dai gestori, che hanno attivato rapidamente i filtri in parallelo, cioè la doppia filtrazione. Dove invece restano i filtri a carboni attivi, come a Madonna di Lonigo, li si cambierà più spesso, ogni 2-3 mesi, per mantenere la performance ottenuta. Non solo abbiamo raggiunto il limite di non quantificazione, fissato a 10 nanogrammi per litro, ma ci siamo addirittura abbassati al di sotto dello stesso, toccando quota 5. Ora stiamo conducendo una sperimentazione con Cnr e Istituto superiore di Sanità per scendere ancora». Per tenere sotto controllo la situazione i tecnici dell’Arpav fino al 2 novembre eseguiranno campionamenti quotidiani sull’acqua in uscita dalle stazioni di filtraggio. Esami che dal 3 novembre diverranno bisettimanali e dal 4 dicembre settimanali. I risultati, Comune per Comune, sono consultabili sul portale appena aperto www.analisipfas.it. E dalla prossima settimana l’Arpav analizzerà l’acqua dei pozzetti delle scuole nella zona rossa, per vedere cosa bevono gli alunni.

La brutta notizia è che tutto ciò costa. Esattamente 2,5 milioni di euro: gestori e Regione li hanno anticipati in attesa di essere risarciti dal responsabile dell’inquinamento della falda che la magistratura indicherà al termine dell’iter giudiziario in essere. La giunta Zaia ha corrisposto 1,2 milioni di euro, il resto ce lo hanno messo i gestori degli acquedotti, che a fronte di un aumento delle spese compreso tra l’1% e l’1,8% si rivarranno sulle bollette di un milione di residenti dell’area rossa. «Secondo la legge nazionale l’autorità di bacino definisce le tariffe in base ai costi che sostiene — spiega Gianpaolo Bottacin, assessore all’Ambiente — e quindi i cittadini coinvolti tra maggio/giugno 2018 e l’inizio del 2019 si ritroveranno un aumento minimo della bolletta dell’acqua. Parliamo dell’1% circa, la normativa impone un massimo del 6%. Tradotto in cifre, si tratta di 1 euro a persona in più all’anno: una famiglia di 5 componenti avrà un rialzo di 5 euro l’anno. Quando poi le inchieste andranno a sentenza e la Regione, i gestori e gli altri enti costituiti parti civili otterranno il ristoro dei danni dal colpevole dell’inquinamento della falda, l’aumento potrà essere scalato dalle bollette successive». Cifre non ingenti, per carità, ma che suonano comunque come una beffa a chi ha già subìto il danno di scoprirsi i Pfas nel sangue.

Proprio per evitare ulteriori rischi, è stata data subito applicazione alla delibera con cui il 3 ottobre Palazzo Balbi ha imposto nei 21 Comuni contaminati un limite di Pfas pari o inferiore ai 40 nanogrammi per litro e nel resto del Veneto un paramento di 90. «Sono i più bassi a livello internazionale — precisa Dell’Acqua — per stabilirli i nostri chimici si sono confrontati con gli esperti del New Jersey, dove ci sono soglie di 40 nanogrammi con un tendenziale a 19, mentre il nostro tendenziale è zero, quindi siamo più performanti degli americani». Ma perché aspettare quattro anni? «Quando, nel 2013, il Cnr lanciò l’allarme Pfas, l’Istituto superiore di Sanità non ravvisò rischi per la popolazione ma suggerì un sistema di filtraggio delle acque potabili e ci diede dei valori di performance — chiarisce Bottacin —. La Regione avviò un biomonitoraggio, perché non ci sono studi sulle conseguenze delle concentrazioni di Pfas nel sangue, e i primi risultati epidemiologici li abbiamo avuti lo scorso maggio. A quel punto abbiamo chiesto al ministero della Salute limiti più restrittivi in tutta Italia, ma il 12 settembre ci è stato risposto di arrangiarci e così abbiamo fatto. Abbiamo anche imposto alle aziende valori per gli sversamenti uguali a quelli sanciti per le acque potabili, rimediando 25 ricorsi, uno dei quali già perso». Il Tribunale superiore delle Acque ha dato ragione a Miteni e Arcadia che hanno contestato l’impossibilità di adeguarsi subito, concedendo loro qualche anno. Il sistema di filtri adottato dal Veneto durerà cinque anni e nel frattempo si spera negli 80 milioni promessi da Roma per spostare gli acquedotti dove la falda è pulita. «Per il futuro va anche modificata la legge regionale — chiude Dell’Acqua — vanno applicati Piano di sicurezza e filtri preventivi a tutti gli acquedotti».

Michela Nicolussi Moro – Il Corriere del Veneto – 19 ottobre 2017

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