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Pfas, chiude la Miteni: 122 posti a rischio. Il cda delibera l’istanza di fallimento: stop entro l’anno. La Regione: «Ora chi pagherà la bonifica?»

Michela Nicolussi Moro. Nel 2013 l’accusa di aver inquinato con i Pfas (sostanze perfluoro alchiliche) la falda di 21 Comuni tra Vicenza, Verona e Padova, e relativo obbligo di attivare un sistema di filtri e pozzetti costato finora 3,4 milioni di euro (contro i 17 sborsati dalla Regione per gestire l’emergenza e i 120 stanziati dal governo per i nuovi acquedotti). Nel 2017 la scoperta di rifiuti tossici nell’area del torrente Poscola, fuori dallo stabilimento, sequestrata dalla Procura di Vicenza, che ha indagato nove dirigenti; quindi, l’estate scorsa, i limiti più rigidi ed equivalenti a quelli per le acque potabili imposti alle emissioni da Palazzo Balbi. Infine, a maggio di quest’anno, la richiesta al tribunale di Vicenza di accedere al concordato preventivo in continuità aziendale, con l’impegno di presentare un piano industriale di rientro entro il 14 novembre. Domanda necessaria ad «assicurare il mantenimento delle attività a seguito della difficile situazione finanziaria». Un crescendo culminato ieri nella decisione della Miteni, l’azienda chimica di Trissino al centro della vicenda Pfas, di depositare in tribunale l’istanza di fallimento.

«Il cda ha preso atto dell’impossibilità di attuare il piano industriale — spiega una nota ufficiale della spa di proprietà del gruppo ICIG, fondato da due fratelli tedeschi residenti in Lussemburgo —. Il management ha rilevato l’impossibilità di giungere alla definizione certa dei tempi di sblocco delle due produzioni interdette (quella di GenX, emersa a luglio e fonte di nuove proteste, e l’altra di C6O4, ndr ) e del susseguirsi di richieste fortemente onerose giunte, tramite diffide, dalla Provincia di Vicenza. Queste diffide comporteranno l’interruzione di tutte le attività produttive, pur essendo in alcuni casi pretestuose e non riguardando anomalie conclamate o rischi per l’ambiente. Un quadro di assoluta incertezza che ha vanificato gli sforzi del management volti a rilanciare l’attività industriale». Restano sul tappeto il piano di bonifica che Miteni si era impegnata a presentare entro il 4 novembre e 122 posti di lavoro. «Il socio ha deciso di stanziare le risorse per finanziare la cessazione del funzionamento degli impianti produttivi in sicurezza e per il completamento delle indagini e delle caratterizzazioni propedeutiche alla stesura del piano di bonifica — fa sapere l’amministratore delegato Antonio Nardone —. Verrà finalizzato, con la presentazione del piano nei termini previsti, l’impegno dei nostri tecnici profuso nelle attività di caratterizzazione svolte in questi anni».

Sì, ma ora chi paga? «A pochi giorni dalla data entro la quale doveva presentare il progetto di bonifica assumendosene integralmente i costi, Miteni sceglie la via della fuga per allontanarsi dalle proprie responsabilità e adduce come alibi le diffide della Provincia», attaccano il consigliere regionale Cristina Guarda (AMP) e il capogruppo del Pd, Stefano Fracasso. «L’istanza di fallimento è un escamotage per non pagare la bonifica e non risarcire le persone contaminate dai Pfas — incalza Andrea Zanoni (Pd), vicepresidente della commissione Ambiente — meglio sarebbe stato se la magistratura avesse sequestrato i beni della ditta». Se non paga il privato, pagherà il pubblico. «Da tre anni dico che se la Miteni chiude, i costi della bonifica sono a carico della collettività — conviene Gianpaolo Bottacin, assessore all’Ambiente —. Il pagamento spetterebbe al Comune di Trissino, che si appellerà agli enti superiori. Non c’è però solo la Regione, ma anche la Provincia di Vicenza e poi il danno ambientale è in capo al governo».

L’impianto dovrebbe chiudere prima della fine dell’anno, a esaurimento dei cicli produttivi in corso, a meno che non subentri una nuova proprietà. «Il cda si è attivato per la ricerca di acquirenti, che possano salvaguardare i posti di lavoro — svelano dalla Miteni — ed evitino la dismissione dell’impianto e relativa dispersione di un know how che rappresenta un’eccellenza nella chimica mondiale». I dipendenti hanno saputo tutto solo alle 14 di ieri e i sindacati hanno indetto per oggi uno sciopero di otto ore sui tre turni di lavoro. In più dalle 10.30 alle 13 organizzeranno un presidio all’ingresso della fabbrica. Per loro si profila la cassa integrazione.

Intanto le «Mamme no-Pfas» esultano. «Io me l’aspettavo — dice Fabiana Genovese — chissà che tutto ciò sia d’esempio alle altre imprese che inquinano. Ora spero che il ministro all’Ambiente, Sergio Costa, che ci ha ricevute a settembre, mantenga la promessa di stanziare risorse per la bonifica». In linea Maria Cristina Franco, presidente della Provincia di Vicenza: «Noi abbiamo sempre agito a tutela della salute pubblica e sulla base dei dati Arpav, ma ammetto che il fallimento di Miteni mi ha sorpresa. Con Comune e Regione dobbiamo però affrontare il nodo della bonifica: convocheremo a breve il tavolo tecnico».

corveneto

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