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Pfas, fissati i limiti ma è subito scontro. Il decreto del ministero dell’Ambiente introduce per la prima volta i valori di soglia per le sostanze perfluoroalchiliche nelle acque di falda

Marco Scorzato. Arrivano i limiti di legge, restano le polemiche. Una novità assoluta sul fronte normativo, e un déjà vu su quello del dibattito politico. Il caso Pfas torna al centro dell’agenda in virtù del decreto Galletti, che modifica il testo unico ambientale fissando i limiti soglia per le sostanze perfluoroalchiliche nelle acque di falda. Ma dall’opposizione si alza immediato un fuoco di sbarramento: il Movimento 5 Stelle contesta questi limiti, considerandoli un «regalo a chi inquina», poiché solo in parte riprendono le raccomandazioni dell’Istituto superiore di sanità.

Con l’approvazione del decreto, il governo va a colmare un vuoto normativo che, peraltro, è ancora riscontrabile nella stragrande maggioranza dei Paesi del mondo, visto che gli effetti dei Pfas sulla salute sono ancora in fase di studio. La nuova disciplina italiana è la conseguenza diretta del caso scoppiato nel Vicentino, dove tre anni fa è venuta alla luce la contaminazione delle acque sotterranee da sostanze perfluoroalchiliche che affondava radici in decenni di attività industriali: in particolare, nel mirino è finita l’azienda Miteni di Trissino, ritenuta la principale fonte di inquinamento da Pfas.

La vicenda vicentina aveva portato l’Istituto superiore di sanità, nel 2014, a raccomandare «adeguate misure di prevenzione della contaminazione delle acque di origine» oltre che ad «implementare tecniche di assorbimento o filtrazione» per rimuovere i Pfas dalla «filiera di produzione e distribuzione delle acque destinate a consumo umano». E aveva indicato i cosiddetti «livelli di performance» per le acque potabili: 30 nanogrammi per litro per il Pfos, 500 nanogrammi per litro per il Pfoa, e 500 per gli altri Pfas. Solo i primi due sono i composti a catena lunga – 8 atomi – considerati i più inquinanti, ma da qualche anno non più prodotti da Miteni, che ha virato su produzione di Pfas a catena corta. Ora il decreto che fissa i limiti di soglia riprende esattamente le raccomandazioni dell’Iss per quanto riguarda i Pfas a catena lunga, ovvero Pfoa e Pfos, stabilendo un tetto, rispettivamente, di 500 e 30 nanogrammi per litro. Per quanto riguarda invece il Pfba (uno degli altri Pfas a catena corta), il limite fissato dal decreto è di 3 mila nanogrammi per litro, sei volte sopra la raccomandazione.

Tanto basta per scatenare l’ira dei 5 Stelle. «Credevamo che i tempi in cui si alzavano i limiti per rendere legale l’illegalità fossero finiti, invece ancora oggi nel 2016 questa brutta pratica è all’ordine del giorno – affermano in una nota il senatore Enrico Cappelletti, la deputata Francesca Businarolo, i consiglieri regionali Jacopo Berti e Manuel Brusco e la consigliera di Montecchio Maggiore Sonia Perenzoni. “Il ministero dell’Ambiente fissa i limiti per le acque sotterranee e chiamarli limiti è un ossimoro. E l’ennesimo regalo del governo alle lobby, è la vittoria delle lobby contro l’ambiente». E rispetto ai diversi limiti fissati per i composti a 8 e 4 atomi aggiungono: «II Ministero ed il Governo del Veneto si sono inginocchiati alla multinazionale che controlla la Miteni». A distanza, replica Luigi Creazzo, responsabile ambiente del Pd provinciale: «Per la prima volta il governo fissa limiti di soglia, secondo un principio di precauzione. Va ricordato però che si tratta di sostanze i cui reali effetti sono ancora allo studio, perciò trovo irresponsabile ogni allarmismo, oltre che pretestuoso fare polemica a tutti i costi. Detto questo, nel documento del Pd provinciale si sottolinea come, finché si produrranno componenti che non si possono degradare, e non parliamo solo di Pfas, ci troveremo sempre ad inseguire e rattoppare: serve una svolta culturale ed economica di ampio respiro».

Il Giornale di Vicenza – 8 settembre 2016 

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