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Pfas. Gli inquirenti: precise responsabilità. In arrivo dossier della commissione Ecomafie. Pozzi privati, una giungla: migliaia senza controlli. Screening, i pediatri: non si capisce perche ecludere dagli esami i bambini

Luca Fiorin. L’emergenza Pfas passa da migliaia di pozzi privati che di fatto sono fuori controllo. I dati relativi agli impianti di prelevamento di acqua dalle falde presenti nell’area del Veronese che pesca dalla falda contaminata dalle sostanze perfluoro alchiliche li fornisce il Genio civile di Verona, l’ente deputato a rilasciare le autorizzazioni al prelevamento di acqua: si tratta di dati decisamente impressionanti.

Solo nel territorio dei sei Comuni del Colognese che rientrano nell’area a maggiore rischio di esposizione per quanto riguarda le acque sotterranee – Cologna, Pressana, Zimella, Roveredo, Veronella ed Arcole – i pozzi privati sono quasi tremila.

I DATI UFFICIALI E LE IPOTESI. Gli impianti denunciati ed autorizzati in questi sei Comuni sono, per la precisione, 2.920. La maggior parte di essi è ad uso domestico. Ovvero, si tratta di pozzi che prelevano acqua che viene utilizzata a scopi alimentari dalle famiglie. Tre Comuni di questi sono stati sottoposti a particolari misure di controllo in seguito ad ordinanze adottate dai sindaci, su richiesta dell’UIss conseguente a controlli negativi. Si tratta di Cologna – dove ci sono 589 pozzi ad uso domestico ed altri 116 ad uso igienico-santario, categoria che comprende gli impianti utilizzati per servizi igienici come quelli usati per l’irrigazione o l’allevamento – Zimella, dove ci sono 404 impianti a servizio delle case e 43 delle attività economiche, e Pressana, che conta 342 strutture del primo tipo e 31 del secondo. A far parte dell’area inquinata ci sono però anche Arcole, che conta ben 899 pozzi ad uso domestico e 68 al servizio di attività, Roveredo, che ha 160 impianti nelle case e 16 nelle aziende, e Veronella, i cui numeri sono 251 e 44. La cosa inquietante è che a fronte di queste cifre ufficiali c’è una realtà di pozzi sconosciuti alle istituzioni in merito alla quale nessuno se la sente di effettuare delle stime. Una realtà che, però, pare essere quantomeno pari, se non superiore, rispetto a quella ufficiale.

I CONTROLLI II problema che sta alla base di tutta questa vicenda è legato al fatto che i pozzi privati, pur servendo migliaia e migliaia di cittadini, non sono di fatto controllati dagli enti pubblici. La presenza di Pfas nelle acque che queste strutture prelevano non può superare quella stabilita per gli acquedotti, che è pari a 500 nanogrammi per litro per i Pfoa, 30 nanogrammi per litro per i Pfos e 500 nanogrammi per tutti gli altri Pfas, compresi quelli a catena corta che sta attualmente producendo l’azienda chimica di Trissino, considerata dalla Regione Veneto come la principale causa della contaminazione. Al di là del fatto che tali limiti ancora devono essere oggetto di un provvedimento normativo a livello nazionale, sta di fatto che le acque distribuite dagli acquedotti pubblici vengono controllate dagli enti pubblici, ed ufficialmente rispettano i parametri appena elencati, mentre quelle dei pozzi privati sono soggette soltanto alle analisi che vengono pagate di tasca propria dai proprietari. Analisi che costano non meno di cento euro alla volta. Così succede che, come è avvenuto recentemente nel Colognese, ci siano pozzi che prelevano acqua in cui ci sono Pfas a catena corta che superano per oltre tre volte i limiti di legge e che nessuno lo sappia ufficialmente, perché si tratta di situazioni relative a impianti non registrati.

LE INCHIESTE Intanto in questi giorni si stanno susseguendo notizie relative alle verifiche attualmente in atto. Di ieri è la previsione fatta da uno dei relatori della commissione d’inchiesta parlamentare sulle ecomafie, il deputato mantovano dei Cinque stelle Alberto Zolezzi: «Solo fra una decina di giorni potrà essere resa pubblica la relazione conclusiva legata agli approfondimenti specificatamente dedicati dall’organo parlamentare ai Pfas». «Restano ancora dei documenti da acquisire ed alcune persone da sentire», spiega il deputato, «comunque alla fine dovrebbero emergere chiaramente delle ipotesi di responsabilità». Affermazione, questa, che potrebbe preludere anche ad iniziative rivolte non solo verso chi ha inquinato, ma anche verso chi aveva il compito di vigilare. Intanto, in questi giorni, la Procura di Verona ha fatto dei nuovi passi, acquisendo dei documenti che potrebbero essere decisivi per stabilire ipotesi di reato e competenze dell’attività giudiziaria.

Pfas. Screening e limiti, pediatri e anziani chiedono analisi. Chiamenti: «Non si capisce perché escludere dagli esami i bambini, che sono i più esposti». Russo: «Il progetto è suscettibile di modifiche»

La verifica a tappeto annunciata dalla Regione per scoprire gli effetti sulla salute della contaminazione da Pfas delle acque di falda e superficiali del Basso veneto partirà entro la fine dell’anno – la conferma arriva da Venezia – ma in merito ai paletti entro i quali si svolgerà la discussione è già accesa. Le analisi riguarderanno, oltre a quelli vicini del Vicentino e del Padovano, anche gli abitanti di 13 Comuni del Veronese: Albaredo, Arcole, Bevilacqua, Bonavigo, Boschi Sant’Anna, Cologna, Legnago, Minerbe, Pressana, Roveredo, Terrazzo, Veronella e Zimella. Comuni ai quali, non secondo la Regione bensì stando l’Autorità di bacino del servizio idrico integrato, andrebbe anche aggiunto Villabartolomea. Un territorio in cui abitano almeno 72mila persone (78mila comprendendendo Villabartolomea) ma che riguarderanno solo le persone di età compresa tra i 14 e i 65 anni. Secondo Giampietro Chiamenti, medico di San Martino Buon Albergo presidente della Federazione italiana medici pediatri (Fimp), che riunisce il 79 per cento dei dottori che si occupano di bambini, «non è comprensibile il motivo per cui non si verifichi lo stato di salute delle fasce di popolazione a maggiore rischio». E afferma: «Ritengo che dovrebbe essere indagato lo stato di salute di tutta la popolazione dell’area che ha a che fare con la contaminazione. In particolare, proprio i bambini dovrebbero essere i primi dei quali ci si deve preoccupare, visto che, essendo in fase di sviluppo, sono più esposti degli adulti». «Non trovo giustificazione del fatto che chi ha meno di 14 anni venga escluso dallo screening», aggiunge il rappresentante Fimp, «a meno che la decisione non sia quella di non far emergere dei disastri avvenuti; i controlli dovrebbero essere effet tuati partendo dalle donne in gravidanza, visto che gli inquinamenti possono causare modifiche del genoma».

Chiamenti ora sentirà le segreterie provinciali per concertare eventuali interventi. «Teniamo in grande considerazione proprio gli effetti dei problemi ambientali sulla salute dei bambini», spiega, «tanto che ad essi abbiamo dedicato una sezione della nostra federazione». Anche fra chi ha più di 65 anni non manca chi si dice perplesso in merito alle decisioni regionali relative ai cittadini da controllare.

Un ex-consigliere comunale di Zimella ed ex-amministratore provinciale, Corrado Fanton, che era una delle figure simbolo della Lega nel Colognese e che ora rappresenta Fare!, arriva ad ipotizzare il mancato rispetto di uguaglianza fra i cittadini previsto dalla Costituzione. «Chi stabilisce limiti dovuti all’età non tiene nel debito conto le patologie di cui possono essere affette, a causa degli inquinamenti, le persone», afferma. «In quest’area da molti anni ci sono situazioni di mortalità che andrebbero indagate», conclude Fanton. In risposta alle critiche, Francesca Russo, dirigente del servizio Sanità pubblica, spiega: «I paletti delle verifiche sulla situazione di salute delle persone contaminate sono stati decisi in via preliminare ma sono suscettìbili di variazioni». «Per quanto riguarda chi ha meno di 14 anni, abbiamo preferito tenerli fuori dalle analisi per evitare uno stress ai bambini e ai loro genitori. Il piano che stiamo definendo, e che verrà portato all’attenzione della giunta regionale, visto che prevediamo di partire con le analisi entro fine anno per poi concludere i primi controlli entro sei mesi, sarà comunque interamente modificabile in seguito ai primi esiti. Gli effetti della contaminazione sullo sviluppo sono oggetto di studi dall’esito contrastante e per quanto riguarda gli adulti è possibile mettere in campo eventuali iniziative specifiche. Insomma, questo è solo un punto di partenza». 

L’Arena – 12 giugno 2016 

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