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Pfas nell’acqua. La Regione Veneto vieta i pozzi per irrigare e abbeverare gli animali. Timori per esiti esami ematici

abbrevaerataIn tutte le Ulss dell’area di impatto (vale a dire la 5 e la 6 vicentine, la 17 padovana, la 20 e la 21 veronesi) dove i pozzi privati registrano una concentrazione elevata di Pfas, tutti gli allevamenti, familiari o intensivi, dovranno garantire l’uso di “acqua abbeverata” che rispetti i valori di performance stabiliti per l’acqua potabile (Ministero della salute 20.1.2014). Quelle stesse Ulss dovranno dare disposizioni alle aziende di produzione alimentare di garantire che l’acqua utilizzata rispetti per i Pfas i valori di performance stabiliti per l’acqua potabile. Sono questi i passaggi salienti della nota, a firma della dirigente del Settore Promozione e sviluppo Igiene e sanità pubblica, Francesco Russo, inviata lunedì a direttori generali, direttori sanitari, direttori dei dipartimenti di prevenzione e direttori Sian. Colpisce che siano esclusi dai destinatari, inspiegabilmente, dato il tipo di attività e il settore di cui la nota tratta, i servizi veterinari delle Ulss, le cui competenze in materia dovrebbero essere ben conosciute agli amministratori pubblici.

Tanto più nel momento in cui si evidenzia, finalmente, il ruolo nella contaminazione delle acque di irrigazione per i foraggi e delle acque di abbeverata per gli animali. le cui produzioni inevitabilmente andranno a finire sulle tavole dei consumatori. Preoccupa che il mancato rispetto delle professionalità rischi di vanificare in Veneto anni e anni di controlli effettuati dai servizi veterinari sull’intera filiera degli alimenti di origine animale.

La nota dispone inoltre che, nel caso in cui sia utilizzato il pozzo come fonte di approvvigionamento, “gli allevatori e i proprietari delle aziende di produzione e lavorazioni di alimenti dovranno effettuare campionamenti mirati all’individuazione delle caratteristiche qualitative dell’acqua con specifico riferimento agli accertamenti su Pfoa, Pfos e altri Pfas. Tali autocontrolli dovranno essere effettuati con cadenza semestrale nelle aziende di lavorazione e produzione alimenti e annuale negli allevamenti”.

«Per quei luoghi – si legge – dove sono stati prelevati i campioni di alimenti risultati positivi al primo monitoraggio (uova e pesce, in particolare), le rispettive Uiss dovranno verificare eventuali situazioni di criticità e relativi provvedimenti di riduzione dell’esposizione».

Nel corso del consiglio straordinario sui Pfas, il consigliere del Pd Bruno Pigozzo, ha manifestato preoccupazione per la decisione della Regione di addossare i costi delle analisi, in autocontrollo, rese necessarie dall’inquinamento provocato da altri, alle aziende agricole, già messe a dura prova dalla grave crisi economica.  

Sempre ieri è stata pubblicata sul Bur la delibera regionale 243 dell’8 marzo che affida all’Istituto Superiore di Sanità la predisposizione del Piano di monitoraggio sulle matrici di interesse alimentare. Il provvedimento, peraltro, non si spinge oltre e rimanda a delibera successiva non solo l’approvazione dello specifico piano di monitoraggio ma anche il relativo finanziamento all’Istituto Superiore di Sanità. Su questo punto la consigliera tosiana Giovanna Negro, nel corso del consiglio straordinario di ieri, ha rilevato nella Dgr 243 l’assenza di una tempistica minima per la realizzazione del Piano e auspicato che la delibera che ne andrà a definire le modalità e i costi sia approvata al più presto.

Intanto si fanno sempre più insistenti le voci sugli esiti dei 600 test medici svolti su altrettanti residenti delle zone contaminate: in assenza dell’esito ufficiale, un’indiscrezione definisce «molto elevato» il bioaccumulo di sostanze perfluoroachiliche nel sangue dei soggetti delle zone esposte alla contaminazione. Peraltro si tratta di un inquinamento pluridecennale con un’esposizione prolungata e cronica. 

La rassegna stampa

Falde inquinate, stop ai pozzi. La Regione Veneto vieta l’uso in agricoltura dell’acqua contaminata da Pfas

Alda Vanzan. I contadini saranno costretti a usare l’acqua minerale in bottiglia per dare da bere alle mucche? Non è uno scherzo perché la situazione dell’inquinamento da Pfas della falda acquifera e delle acque superficialiin un vasto territorio del Veneto compreso tra le province di Vicenza, Padova e Verona, rischia di ripercuotersi pesantemente sul settore agroalimentare. La decisione riguardante “l’acqua di abbeverata” è stata presa giovedì scorso dal gruppo di lavoro sugli alimenti costituito all’inizio del mese a Palazzo Balbi, ma è stata resa nota solo ieri quando in consiglio regionale gli assessori all’Ambiente Gianpaolo Bottacin e alla Sanità Luca Coletto hanno consegnato un report informativo intitolato “Contaminazione da sostanze perfluoroalchiliche nella Regione Veneto”. E in quel malloppo di carte a pagina 144 è scritto che per gli allevamenti, sia di tipo familiare o intensivo, deve essere usata di fatto acqua potabile.

Significa che chi ha un pozzo ma non può usarlo per sé perché inquinato da sostanze Pfas, non può usarlo neanche per le bestie. E che sia un ordine lo dimostra la disposizione partita lunedì dalla Regione alle Ulss dei territori coinvolti: se i pozzi non hanno acqua potabile per l’uomo, non possono essere usati neanche per l’irrigazione dei campi e men che meno per le vacche. Di più: sempre lo stesso dossier riporta la richiesta all’Avvocatura regionale partita dall’assessore Coletto di «attivare una richiesta di risarcimento danni alla Miteni spa». La Miteni è la fabbrica di Trissino, in provincia di Vicenza, ritenuta dall’Arpav responsabile dell’inquinamento da Pfas, cioè le sostanze chimiche che servono per trattare pelli e tessuti (Goretex), rivestimenti di carta e cartone (compresa la comunissima carta da forno), fondi antiaderenti per le padelle (Teflon). Il caso è esploso tre anni fa e da molti è già stato etichettato come uno dei più grandi disastri ambientali del Veneto. In pratica, la “nostra” terra dei fuochi, solo che qui si tratta di acqua.

È così che ieri mattina, su iniziativa di Cristina Guarda (Lista Moretti) e dei consiglieri di opposizione si è tenuto un consiglio regionale straordinario in cui dalle accuse iniziali (la Regione ha fatto poco o nulla, non c’è stata informazione) e dalle repliche degli assessori (la Regione si è mossa subito e ha fatto tutto quello che poteva fare se non di più) si è arrivati all’approvazione unanime di una mozione che tra le altre cose punta al risarcimento danni «perché chi inquina paga» e all’azione giudiziaria (cosa su si è battuto Andrea Zanoni del Pd, ieri inusualmente sul banco da capogruppo al posto dell’assente Moretti), ma vuole che anche lo Stato faccia la sua parte, intanto fissando i limiti di Pfas e poi mettendo sul piatto risorse per bonifiche e spese sostenute (tant’è che il leghista Nicola Finco ha invocato «una legge speciale come per l’Uva»). E se Manuel Brusco (M5s) ha detto che questo inquinamento «è come un cancro che dalle falde pian piano arriva al mare» e il tosiano Maurizio Conte (assessore all’Ambiente quando scoppiò il caso) ha chiesto che la Regione si costituisca parte civile, l’intervento che più ha provocato mugugni tra il pubblico è stato quello dell’assessore Bottacin quando è arrivato a ipotizzare una denuncia per procurato allarme. E allora – si sono chiesti in sala pubblico – perché ci hanno sottoposto al biomonitoraggio umano? Tant’è, ieri si è scoperto che è stata la stessa Regione a disporre lo stop dell’acqua dei pozzi in agricoltura se non ha i valori stabiliti per quella potabile. (Il Gazzettino)

Contaminazione Pfas Primi esiti allarmanti dai test ematologici. Il consumo d’acqua inquinata avrebbe causato concentrazioni abnormi di perfluoroachilici nel sangue tra Vicenza e Padova

di Filippo Tosatto. La peste non è sostanza ne accidente, quindi non esiste, sentenziava Don Ferrante prima di contrarre il morbo fatale. A evocare il passo manzoniano, la seduta straordinaria del Consiglio regionale sul caso Pfas, le sostanze perfluoroachiliche provenienti dagli scarichi di una multinazionale chimica di Trissino e capaci – nel corso degli anni Settanta – di inquinare le acque di un territorio esteso su 180 km, che attraversa le province di Vicenza, Padova e Verona ed è popolato da 350 mila persone. Il punto, ahinoi, è che in Italia – e nel resto d’Europa – manca una legge che definisca i valori consentiti e quelli vietati di Pfas, al punto che a tutt’oggi le tre Procure che indagano sulla vicenda non hanno potuto elevare un capo d’imputazione. Attenzione, non punibile non equivale a innocuo: lo sanno bene i comitati e gli ambientalisti che hanno affollato Palazzo Ferro-Fini sollecitando nuove e più concrete misure a tutela delle persone e dell’habitat. Tant’è.

In aula, Andrea Zanoni (Pd) ha suggerito una rotta possibile: «Bisogna far chiarezza, anche attraverso un’in dagine epidemiologica, sui rischi per la salute e l’ambiente, verificare l’adeguatezza del progetto di bonifica, quantificare i costi sostenuti da pubbliche amministrazioni, aziende agricole e privati, valutando un esposto alla magistratura per far sì che a pagare siano i responsabili dell’inquinamento, non i contribuenti». E il dem Stefano Fracasso ha fatto eco: «Ci sono due priorità, chiudere i pozzi di Almisano e trovare soluzioni alternative per l’approvvigionamento d’acqua potabile, da un lato; mettere in rete le acque dei Consorzi di bonifica per garantire i migliori livelli di qualità per quella ad uso agricolo, dall’altro».

Per parte sua, l’assessore alla sanità Luca Coletto ha snocciolato le iniziative compiute messa in sicurezza degli acquedotti, rinnovo dei filtraggi, divieto d’uso dei pozzi privati, controlli a campione sulla popolazione – confermando l’incarico di «un monitoraggio a vasta scala» all’Istituto superiore di sanità; viceversa, il suo collega ali’Ambiente, Gianpaolo Bottacin, ha minizzato il rischio («Non esiste alcuna evidenza scientifica di pericolo») fino a ipotizzare una denuncia per «procurato allarme» che gli è valsa le dure critiche dell’opposizione.

Critici i tosiani: «La Regione si costituisca parte civile e ci spieghi in cosa il campionamento dell’Iss si differenzierà da quello già compiuto dalla Regione con una spesa di 500 mila e nessun esito noto», le parole di Maurizio Conte e Giovanna Negro. Già, i 600 test medici svolti su altrettanti residenti delle zone contaminate: in assenza dell’esito ufficiale, un’indiscrezione definisce «molto elevato» il bioaccumulo di sostanze perfluoroachiliche nel sangue e nel fegato nei soggetti che hanno consumato l’acqua contaminata. Con quali conseguenze sull’organismo? Non è dato saperlo con certezza, pur se un’indagine delle Ulss vicentine nel 2009 segnalano nelle zone coinvolte «picchi di richieste di esenzione dal ticket per malattie alla tiroide e ictus da eccesso di colesterolo».

Battagliero il M5S, che nei giorni scorsi ha denunciato alla Procura di Venezia presunte inadempienze della Commissione tecnica regionale sui Pfas, con il capogruppo Jaco-po Berti lesto a esibire una bottiglia d’acqua «sospetta» accusando di negligenza e ritardi la Regione, difesa invece dallo speaker leghista Nicola Finco: «A partire dal 2013 abbiamo fatto tutto il possibile, garantendo la sicurezza dei nostri acquedotti». Morale della favola? Dopo fitti conciliaboli, “mediati” dalla dem Cristina Guarda (prima firmataria della convocazione straordinaria) si è giunti ad una mozione unanime, articolata in più punti, che impegna la Giunta Zaia a completare i test ematologici sui detentori di pozzi privati; effettuare un’ulteriore analisi sulla catena alimentare coinvolgendo amministrazioni, associazioni e comitati; stanziare le risorse necessarie a un progetto preliminare per la sostituzione degli acquiferi contaminati con altri di migliore qualità per l’erogazione potabile; assumere ogni iniziativa presso le autorità statali per la definizione dei limiti di legge per la ammissibilità della presenza di sostanze Pfas; incaricare l’avvocatura regionale di individuare le possibili azioni legali utili al risarcimento dei danni subiti e per un esposto alla magistratura. Staremo a vedere. (Il Mattino di Padova)

Pfas, la Regione ora vieta i pozzi anche per irrigare. Direttiva a cinque Ulss: stop anche all’abbeveraggio di animali laddove le concentrazioni sono molto alte

Cristina Giacomuzzo. L’acqua con alti livelli di Pfas è vietata per abbeverare gli animali e irrigare i campi. Lo stabilisce una lettera inviata lunedì alle Ulss dove già vige l’ordinanza di divieto di utilizzo di acqua dei pozzi privati per uso potabile. Non solo. Più di un mese fa, su indicazione dell’assessore alla sanità regionale, Luca Coletto, la Giunta ha dato mandato all’Avvocatura regionale di “attivare una richiesta di risarcimento danni alla ditta Miteni spa”, considerata la “principale fonte di inquinamento dalle sostanze perfluoroalchiliche”. Questi sono gli ultimi e concreti provvedimenti presi dalla Regione per fronteggiare lo storico sversamento, unico nel suo genere in Italia, di sostanze derivate dal fluoro (serve per impermeabilizzare i materiali, come il teflon delle pentole) che ha coinvolto 79 Comuni del Veneto, nel Vicentino, Padovano e Veronese.

BOTTA E RISPOSTA. Un caso, scoppiato nel 2013, che ieri è stato affrontato in tutta la sua complessità in una affollata seduta straordinaria del Consiglio regionale su richiesta della vicentina Cristina Guarda (Lista Moretti). Alla fine è stata approvata una mozione all’unanimità che impegna la Regione a tutela re l’ambiente e la salute dei veneti. una soluzione non scontata viste le pesanti accuse lanciate dalle minoranze, in particolare il M5s e il Pd, per i ritardi delle Giunta nelle azioni per fronteggiare l’inquinamento. Tutte accuse rispedite al mittente punto per punto: «Non siamo un branco di cialtroni, come qualcuno insinua, pronti a coprire qualcuno», ha sbottato l’assessore all’ambiente Gianpaolo Bottacin.

MESSAGGIOALGOVERNO. Nel documento sono stati accolti numerosi emendamenti del consigliere dem Andrea Zanoni. La stessa maggioranza, guidata dai capigruppo Nicola Finco (Lega) e Silvia Rizzotto (Zaia Presidente) ha voluto inserire un passaggio ad hoc per chiedere che si faccia pressing sul Governo perché definisca i limiti normativi alle concentrazioni di queste sostanze per poter finalmente avere parametri certi e validi. Questo è infatti il vero nodo: la mancanza di una norma su questo specifico inquinante che è pericoloso. Ma fino a che punto? In che concentrazioni sono davvero dannosi per l’uomo e l’ambiente? «La Regione non si assume la responsabilità di utilizzare parametri, magari di altri Paesi, che per questo possono essere aggredibili ha spiegato Coletto -: serve quindi attendere la risposta dell’Iss, Istituto superiore della sanità». Tra i punti fondamentali del provvedimento votato ieri c’è, non a caso, la richiesta di sollecitare l’esito delle analisi biometriche, cioè i 600 prelievi del sangue effettuati per quantificare l’accumulo nel corpo di questi elementi. «Questo primissimo step – fa sapere l’assessore – si è concluso. Fra circa un mese arriveranno i risultati dall’Iss». Solo in base all’esito, spiegano gli esperti, si potrà eventualmente procedere con un vero e proprio studio epidemiologico per appurare se la concentrazione nel sangue potrà o ha già sviluppato malattie.

ATTI E DIVIETI. Uno dei passaggi fondamentali della mozione è l’inserimento nelle premesse del documento della fonte principale dell’inquinamento: l’impresa del Vicentino che ha sede a Trissino. Nel documento poi si impegna la Regione a verificare Io stato delle bonifiche sul sito. Viene stabilito anche di costituire un pool di esperti per studiare come limitare il diffondersi della contaminazione e si da mandato all’Arpav di compiere degli studi per analizzare i movimenti dell’acqua inquinata sulla falda. Non ultimo, si confermano i fondi per fronteggiare monitoraggi e provvedimenti. «Fino ad ora – si legge nel report consegnato ieri ai consiglieri – la Regione ha speso 2,5 milioni per l’adeguamento degli acquedotti e 500 mila euro per il biomonitoraggio». Lo scorso 8 marzo è stato infattii dato mandato per un ulteriore piano di monitoraggio sugli alimenti, come da indicazione dell’Iss, e la Giunta ha deciso di attivare una task force che si è ritrovata, si legge nella relazione, per la prima volta lo scorso 17 marzo.

TRE DIRETTIVE ALLE ULSS. In quell’occasione, novità, sono state decise tre azioni. Prima. «Dare indicazioni a tutte le Ulss dell’area di impatto (vale a dire la 5 e la 6 vicentine, la 17 padovana, la 20 e la 21 veronesi) dove i pozzi privati registrano una concentrazione elevata di Pfas, affinchè presso tutti gli allevamenti, familiari o intensivi, sia garantito l’uso di “acqua abbeverata” che rispetti i valori di performance stabiliti per l’acqua potabile (Ministero della salute 20.1.2014)». Questo significa che anche alla mucca o alla gallina dovrà essere data acqua di bottiglia, se non si è agganciati alla rete idrica che è garantita grazie all’uso di filtri di depurazione a carbone attivo.

Seconda azione. Quelle stesse Ulss dovranno «dare disposizioni alle aziende di produzione alimentare (quindi anche le serre, ndr) di garantire che l’acqua utilizzata rispetti per i Pfas i valori di performance stabiliti per l’acqua potabile (parere del Ministero del 20.1.2014)». Infine, terzo. «Per quei luoghi dove sono stati prelevati i campioni di alimenti risultati positivi al primo monitoraggio (uova e pesce, in particolare), le rispettive Uiss dovranno verificare eventuali situazioni di criticità e relativi provvedimenti di riduzione dell’esposizione». (Il Giornale di Vicenza)

23 marzo 2016

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