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Pfas, l’ira degli allevatori, Confagricoltura accusa: finora solo inefficienze e sprechi, subito esami seri. Oggi il vertice in Regione con le categorie

Alda Vanzan. «Prima di chiudere i pozzi, facciano analisi serie». È l’accusa di Confagricoltura che alla vigilia dell’incontro con l’assessore regionale Giuseppe Pan (stamattina a Palazzo Balbi vertice con tutte le associazioni di categoria), sputa «rabbia» per come è stata gestita la vicenda dei Pfas nel settore primario. Perché se l’acqua dei rubinetti ora è «sana», non altrettanto si può dire dei pozzi.

Solo che chiuderli significherebbe mettere in ginocchio stalle e aziende agricole, dal momento che il rifornimento dagli acquedotti significherebbe un «insostenibile» aumento dei costi quando ancora non è chiaro se le carni delle mucche siano o meno contaminate dai veleni chimici prodotti dalla Miteni di Trissino e usati da varie industrie anche conciarie. «A fare le spese delle incapacità politiche siamo sempre noi agricoltori» tuona Enrico Pizzolo, allevatore vicentino e presidente della sezione bovini da carne di Confagricoltura Veneto.

«Chiudere i pozzi in via precauzionale, prima di aver compiuto analisi serie sui rischi, è una follia. Io, che ho un grande allevamento, non saprei neppure dove prendere 30mila litri di acqua al giorno. Sarei costretto a chiudere». Ma perché Confagricoltura accusa la Regione di essersi mossa poco e male? Dice Michele Barbetta, allevatore padovano e presidente degli avicoltori di Confagricoltura Veneto: «Con le uova scese a 50 centesimi il chilo, il consumo della carne rossa scesa a picco e quella di maiale in crisi nera, tutto il comparto rischia un’ulteriore mazzata a causa della gestione negligente e caotica di un’emergenza che avrebbe dovuto essere affrontata tempestivamente e con una regia precisa e determinata. Invece le istituzioni si sono mosse a tentoni, spendendo 500 mila euro solo per la prima tornata di analisi dal 2013 al 2015, che oggi sono inutilizzabili». Sarebbe a dire? «Ogni Ulss ha usato metodologie proprie, senza valori di riferimento ministeriali. La Regione non ha assunto un ruolo nel monitoraggio e nella valutazione dei dati. Arpav non è stata coinvolta. Non è stato fatto un campionamento scientifico sugli alimenti. E solo una settimana fa, dopo tre anni in cui si era a conoscenza del problema Pfas, sono state inviate alle Ulss le linee guida sull’uso dell’acqua dei pozzi in agricoltura».  ……………..

Oggi per la prima volta, pur senza novità sul fronte alimentare, agricoltori e allevatori sono convocati in Regione per sentirsi dire che i pozzi contaminati da Pfas non possono essere usati per le bestie (per le serre, non si sa). Confagricoltura rilancia: «Si installino filtri nei pozzii». Beninteso: con i soldi pubblici.

Tratto dall’articolo di Alda Vanzan sul Gazzettino del 26 aprile 2014 

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