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Pfas, nel Fratta-Gorzone verso lo stop all`irrigazione. L’Istituto superiore di sanità: «criticità» per le concentrazioni di perfluoroalchilici. Necessari ulteriori approfondimenti

È un dossier avvelenato quello che giovedì approderà sul tavolo della Giunta regionale. E riassume il devastante inquinamento delle falde acquifere provocato da un’azienda chimica di Trissino – ora di proprietà della multinazionale Icig – che per decenni ha immesso concentrazioni elevatissime di composti perfluoroalchilici (Pfas) nel torrente Agno e in un depuratore civile che scarica nel fiume Fratta-Gorzone, la cui acqua è impiegata tuttora per irrigare i campi e allevare gli animali. Ad oggi la contaminazione si estende per circa 180 kmq e coinvolge oltre 350 mila persone distribuite in una cinquantina di comuni tra Vicentino, Bassa Padovava e Veronese.

I Pfas rappresentano una classe di «inquinanti persistenti globali», le cui proprietà (stabilità termica, idrorepellenza, oleorepellenza) sono sfruttate per produrre articoli di largo consumo quotidiano: rivestimento anti-aderente delle padelle, pesticidi e insetticidi, detersivi, tessuti impermeabili, contenitori per alimenti. Persistono per anni nel sangue e per decenni nelle matrici ambientali. Nell’intento di fronteggiarne il pericolo, o almeno di limitarlo, la sanità del Veneto ha dotato di filtri al carbonio (costano milioni e vanno rinnovati ogni due-tre mesi) gli acquedotti che servono l’area coinvolta, vietando di attingere ai pozzi privati e disponendo uno studio epidemiologico su un campione di popolazione tra i 19 e i 49 anni; al momento l’indagine avrebbe escluso aumenti di patologie tumorali, permangono invece i timori per i rischi cardiovascolari.

La vicenda toma in primo piano dopo l’ultima, tempestosa, riunione sul tema della Commissione tecnica regionale, caratterizzata dalla polemica tra la direttrice del settore igiene e sanità pubblica Francesca Russo (coordinatrice del tavolo) e il direttore della sezione veterinaria e sicurezza alimentare, Giorgio Cester. La prima ha lamentato l’inadeguatezza scientifica dei controlli sugli alimenti consumati in loco – ventilandone la sostanziale inattendibilità – il secondo ha indicato in «pesci e uova» i cibi «più contaminati», segnalando il rischio di una distribuzione di tali prodotti su scala nazionale, e ha respinto le critiche affermando che «altre priorità, come la diossina, richiedono attenzione» da parte del suo dipartimento. Una battuta che ha innescato la reazione di Manuel Brusco, consigliere del M5S nella commissione ambiente, che chiede «quali campioni e su quali elementi vegetali e animali siano state rinvenute tracce della sostanza cancerogena e quali azioni si intendano attuare a tutela della salute pubblica».

Ancora: m questi giorni è pervenuta la relazione dell’Istituto superiore della sanità sull’accaduto, dove gli esperti evidenziano i limiti delle indagini fin qui svolte sugli alimenti – tali da non consentire conclusioni di carattere generale – ma segnalano «potenziali criticità» legate all’utilizzo delle acque fluviali nell’attività agricola (irrigazione) e zootecnica (allevamenti domestici o industriali), raccomandando «ulteriori approfondimenti».

Una circostanza che ha indotto il direttore Domenica Mantoan a investire del caso l’amministrazione di Luca Zaia, proponendo la creazione di un gruppo di lavoro scientifico. È tutto? Non proprio. Il Sole24Ore segnala che per una vicenda del tutto analoga, accaduta in Ohio nel 2005, la multinazionale Dupont fu condannata a versare 350 milioni di dollari in risarcimenti. Nel caso dell’azienda di Trissino, invece, nonostante gli esposti e le indagini avviate da ben tre Procure, a tutt’oggi non risulta neppure un capo di imputazione.

Filippo Tosatto – Il Mattino di Padova – 28 febbraio 2016 

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