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Pfas, pozzi privati fuori controllo. Sono usati per case, orti e allevamenti ma la presenza di molti non è denunciata: non si sa quanti siano e se siano sottoposti ad analisi. «Servirebbe una moratoria»

Luca Fiorin, dall’Arena. Bastano le analisi di un singolo pozzo privato a far emergere uno degli aspetti del problema legato alla contaminazione da Pfas finora rimasto in secondo piano: quello dei pozzi privati, che pescano dalla stessa falda inquinata da cui vengono alimentati gli acquedotti. Pozzi che non hanno alcun sistema di filtraggio (al contrario delle reti pubbliche), i cui controlli sono teoricamente a carico dei cittadini e che, spesso, non sono nemmeno noti all’autorità pubblica, nonostante già dieci anni fa fosse stato avviato un censimento.

IL POZZO INQUINATO. Della situazione degli impianti di emungimento non denunciati non si sa praticamente quasi nulla, nonostante essi vengano usati sia per alimentare le case che per abbeverare orti ed animali presenti negli allevamenti zootecnici. Non si sa, insomma, ne se esistono, ne se vengono controllati e, men che meno, se sono inquinati. D’altronde, da una parte le analisi costano non meno di cento euro alla volta e dall’altra far sapere oggi dell’esistenza del pozzo significa rischiare una multa che va da 3.000 a 30mila euro, a meno che il Comune, a cui tocca decidere la sanzione, non consideri la situazione di lieve entità e decida di far pagare solo 500 euro. Non è quindi un caso che il proprietario di uno dei tanti pozzi privati sconosciuti del Colognese, una delle aree che hanno più a che fare con il problema Pfas, abbia deciso di rivelare il contenuto delle analisi che ha fatto fare a sue spese (costate più di 130 euro) solo a patto di restare anonimo. Analisi che mostrano un unico, ma inquietante, sforamento dei limiti consigliati dall’Istituto superiore di sanità. Si tratta del livello relativo al Pfba, uno dei composti a catena corta che sta producendo da qualche tempo la ditta che secondo la Regione è la principale responsabile dell’inquinamento, la Miteni di Trissino. Quel Pfba che nel pozzo analizzato, che si trova a sud di Cologna, è presente in una misura che è ben tre volte superiore al limite.

LE CONSEGUENZE Se il cittadino proprietario del pozzo ora afferma di non sapere più cosa fare – «la cosa mi preoccupa molto ma non voglio nemmeno rischiare di dover sborsare delle cifre che per me sono molto ingenti», afferma l’Ulss, cui competono gli aspetti sanitari della vicenda, e il Genio Civile, che si occupa delle autorizzazioni per il prelevamento dell’acqua, rinviano le loro considerazioni alla prossima settimana. A parlare, e senza peli sulla lingua, è invece Vincenzo Cordiano, di Isde medici per l’ambiente: «Questa situazione si verifica nonostante l’Istituto superiore di Sanità, in seguito alle richieste degli enti gestori degli acquedotti, che temevano di dover sospendere l’erogazione dell’acqua, abbia quasi raddoppiato I livelli dei Pfas nell’acqua potabile. E questo perché proprio la presenza dei composti a catena corta, che si accumulano anch’essi nel corpo umano con conseguenze ad oggi non chiare, stava diventando sempre più elevata». «A far pensare», continua Cordiano, «è il fatto che negli Stati Uniti, dove continuano a emergere nuovi inquinamenti da Pfas e dove si sono verificati i problemi scientificamente più rilevanti, in questi giorni i limiti sono stati ulteriormente abbassati a tutela dei bambini e delle donne in età fertile. In Italia vengono invece elevati: ora sono oltre sette volte più alti di quelli americani. Intanto si prevede di spendere un miliardo per i controlli sanitari e oltre 100 milioni per cambiare l’approvvigionamento degli acquedotti; viene da chiedersi se qualcuno abbia fiutato un nuovo affare».

I POLITICI. Sulla questione dei pozzi privati non denunciati proprio il sindaco di Cologna Silvano Seghetto, in un incontro al quale erano presenti tutte le istituzioni che hanno a che fare con il tema Pfas, aveva proposto una moratoria volta a far denunciare gli impianti senza multe. Un’azione da mettere in atto proprio in considerazione della straordinarietà della situazione. Intanto, dopo che in settimana la Miteni ha affermato di non ritenersi responsabile dell’inquinamento e di collaborare da anni con le istituzioni, il consigliere regionale dei Cinque stelle Manuel Brusco ha chiesto l’audizione del suo amministratore delegato in commissione regionale ambiente e sanità. Tutto questo mentre la senatrice Laura Puppato (Pd) toma a rinfocolare lo scontro fra Regione e Governo sulle responsabilità per quanto riguarda la regolamentazione degli scarichi.

L’Arena – 3 giugno 2016 

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