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Piano faunistico, la Regione rivede le regole sulla caccia. Il primo tentativo fallì nel 2014 dopo 3 anni di gestione. Tra gli obiettivi la creazione di “distretti” speciali

Piero Erle. Dopo sei anni la Regione ci riprova. Torna in campo il nuovo “Piano faunistico venatorio del Veneto”, dopo che varie proroghe hanno allungato fino a quest’anno la vita del vecchio che risale al 2007. Più di sei anni fa, a un anno dall’inizio dell’era Zaia, l’allora Giunta veneta aveva dato il via alle procedure per una nuova pianificazione generale di gestione della fauna selvatica e della caccia: nel 2014 giunse fino ad approvare le risposte alle 700 osservazioni all’adozione del nuovo “Piano” e a ottenere il parere della commissione ambientale Vas. Ma il piano 2014-2019 è finito nelle sabbie mobili dell’allora Consiglio regionale che vedeva all’orizzonte le elezioni.

NUOVA PROPOSTA. Ora siamo a metà della nuova legislatura, e la Giunta (con l’assessore Giuseppe Pan) ci riprova e lancia un “Documento preliminare” al Piano. Prendendo atto che sono mutate anche le norme generali: la caccia non è più materia fondamentale anche delle Province e quindi l’unica pianificazione che conta è quella della Regione, anche se una delle prime mosse strategiche è proprio quella di “assumere” i Piano faunistici delle Province perché tutto l’iter che hanno già svolto è ritenuto «fattore fondante in ordine alla loro coerenza e sostenibilità rispetto al territorio e agli stake-holders di ciascun contesto locale». Il nuovo piano, specifica la Regione, deve dare risposta alle nuove norme Ue e nazionali ma ha anche altri obiettivi generali: collegarsi di più all’agricoltura, ad esempio, che ha vissuto trasformazioni notevoli con la grande espansione dei vigneti. Ma anche – la Regione lo dice chiaro – pensare a una «riorganizzazione e ricollocazione delle strutture gestionali nel territorio soggetto alla caccia programmata». Ci sarà un “orizzonte operativo”, spiega la Giunta, sempre più caratterizzato da medie-grandi “Oasi di protezione” e “Zone di ripopolamento e cattura” che per essere gestite «difficilmente possono trovare efficace ed adeguata risposta da parte degli Ambiti territoriali di caccia e Comprensori alpini». Oltre a 10 obiettivi di tipo ambientale e di tutela del patrimonio faunistico e agricolo, quindi, la Regione ne annuncia un altro: un nuovo “modello organizzativo e gestionale”.

NOVITÀ OPERATIVE Per i nuovi Ambiti la Regione da il criterio della “autosufficienza faunistica” (cioè che ci siano abbastanza esemplari cacciabili), ma indica anche l’esigenza di creare “distretti territoriali ad hoc” per specifiche tipologie di caccia, come quella al cinghiale, al capriolo o alla “selvaggina stanziale”. Fondamentale è poi l’indice di “densità venatoria”: in Veneto mediamente è rispettato il limite di un cacciatore ogni 19 ettari di superficie agro-silvo-pastorale, ma ci sono situazioni come quella dell’Ambito nord del Vicentino dove da tempo, sottolinea la Regione, si “prende atto” che c’è un cacciatore ogni 6 ettari. In realtà il numero totale di cacciatori cala, ma c’è l’iscrizione a ogni Ambito dei “soci di seconda scelta” che in sostanza ha fatto prevalere negli anni l’idea di mantenere lo stesso numero di iscritti che c’era prima. La Regione ora prova a frenare questo criterio delle “seconde iscrizioni” agli Ambiti. Tra i molti capitoli del piano preliminare varato dalla Regione emerge anche l’intenzione di rivedere le regole per le zone di addestramento cani (con possibilità, lì, di sparare sempre). E si punta sia a trovare il modo di avere fondi idonei ad indennizzare i proprietari agricoli che registrano danni da fauna selvatica, sia a fissare regole accettabili per quei proprietari di fondi agricoli che vogliono avvalersi della possibilità di escluderli dalle zone soggette di caccia.

Il Giornale di Vicenza – 12 novembre 2017

 

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