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L’opinone. «Al Senato vince Bersani. Ma strada resta in salita»

di Stefano Folli. Stavolta Bersani ha giocato con abilità, nel circuito stretto delle tattiche parlamentari, e ha vinto. Non tanto per le due presidenze al tandem Pd-Sel, che erano sicure già da venerdì sera poiché il centrosinistra era, sì, isolato in Parlamento, ma con numeri sufficienti per ottenere entrambe le poltrone.

Quanto per aver imposto due personaggi estranei al partito, nel momento in cui la logica tradizionale portava ai nomi di Anna Finocchiaro e Enrico Franceschini. È stato un colpo d’immagine, un gioco di prestigio; o se si vuole un cedimento al “nuovismo”, un modo per tagliare un po’ d’erba sotto i piedi dei “grillini” e di Renzi.

In ogni caso Bersani ci è riuscito. I centristi di Monti sono scomparsi tra le schede bianche e sono oggi meno rilevanti di ieri, dopo gli errori compiuti durante la battaglia delle presidenze. Viceversa il movimento di Beppe Grillo ha pagato il primo pedaggio all’inesperienza e alle insidie della democrazia parlamentare. Non perché i Cinque Stelle potessero ottenere di più con i loro senatori e deputati, quanto perché hanno perso proprio nel gioco mediatico che dovrebbe essere la loro specialità. Si sono divisi in modo ingenuo a Palazzo Madama sul nome di Pietro Grasso, dopo essere rimasti spettatori passivi a Montecitorio dell’elezione di Laura Boldrini, un altro personaggio che ha tutto per piacere loro: e infatti l’hanno applaudita con entusiasmo, ma senza votarla. Invece al Senato si sono proprio frantumati e un gruppetto ha sostenuto l’ex procuratore anti-mafia nel segreto dell’urna. Risultato: il movimento che dovrebbe essere sempre in presa diretta con la volontà della sua base, in omaggio alla retorica dell'”uno vale uno”, ha molto deluso i suoi sostenitori: che sono dei pragmatici e non vedono ragione di non sostenere Grasso contro Schifani. Beppe Grillo invece sa bene che le lusinghe di Bersani alla lunga sono fatali per i Cinque Stelle, ma questo è un ragionamento politico, o da capo-partito, mentre i neoeletti sono cittadini e basta, come non si stancano di ripetere. In definitiva il segretario del Pd li ha messi un po’ in angolo, il leader e i suoi seguaci, usando le loro stesse armi. Con quanta spregiudicatezza? Molta, non c’è dubbio. E c’è anche uno scotto da pagare: consiste nell’aver diluito non poco l’identità del Pd, così come lo abbiamo conosciuto (e criticato) in questi anni. La sfida interna ai nomi dell’apparato poteva anche andar male. Ma forse non c’è più l’apparato. O forse è passata la parola d’ordine dello stato d’emergenza, dell’esigenza di contrapporsi ai barbari dell’anti-politica con argomenti e persone. Certo, i nomi di Grasso e Laura Boldrini hanno un buon impatto su di un’opinione pubblica diffidente per tutto quello che viene dai partiti. Fermo restando che si tratta di due figure prive di qualsiasi esperienza parlamentare, ora alle prese con la direzione dei lavori d’aula: attività più facile alla Camera, dove la maggioranza Pd è esorbitante, e molto più incerta al Senato dove mancano i numeri. Sta di fatto che molti ieri sera giudicavano la doppia scelta del tutto conforme a un progetto di ritorno rapido alle urne. Quasi un manifesto elettorale. E possibile, forse persino probabile. Di certo Bersani prosegue per la sua strada con una certa baldanza. “Governeremo il paese” ha dichiarato ieri sera con enfasi eccessiva. In realtà la “scelta civica” operata fra Camera e Senato è un “format” che può essere applicato in altre circostanze. Se Bersani riuscisse a tornare alle urne con un suo governo bocciato alle Camere, di sicuro potrebbe esibire una lista di ministri di alto profilo, I Cinque Stelle divisi sono una vera novità ma non c’è la prova di una maggioranza vicina quasi tutti presi dalla società. E per il Quirinale? Non ci vuoi molto per capire che Grasso da ieri sera è un candidato di riserva alla presidenza della Repubblica, pronto a raccogliere molti più voti fra i “grillini” di quella dozzina avuta alla quarta votazione del Senato. Si vedrà. Per adesso c’è lo scoglio del governo e non ci sono indizi che esista una maggioranza politica. Occorre una volta di più rimettersi alla valutazione di Napolitano. Ma il Pd è d’accordo, ora che si sente quasi a cavallo

Stefano Folli – Il Sole 24 Ore – 17 marzo 2013

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