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Più efficienza nel recupero del danno erariale. Spetta ai decreti definire il confine tra “indirizzo politico” e “attività gestionale”: solo per questa i dirigenti potranno essere chiamati a rispondere

Gianni Trovati. Uno dei nodi più intricati che dovranno essere sciolti dai decreti attuativi della riforma Madia riguarda la separazione fra «indirizzo politico-amministrativo», compito di sindaci, presidenti, ministri e così via, e «attività gestionale», che è il compito dei dirigenti. Dal modo in cui si traccerà il confine fra i due ambiti dipende una bella fetta del destino della dirigenza pubblica nella Pubblica amministrazione riformata, soprattutto per il fatto che la stessa delega prevede che solo i dirigenti potranno finire davanti alla Corte dei conti quando saranno in discussione eventuali danni erariali causati dall’«attività gestionale».

Sull’«esclusiva imputabilità ai dirigenti» per l’attività gestionale si era scaldata la polemica in primavera; Governo e maggioranza avevano anche studiato correttivi che poi hanno deciso di accantonare, sostenendo che la norma ha ricadute favorevoli nel senso di evitare ai dirigenti il rischio di dover rispondere della mera esecuzione di scelte politiche. Opposta la lettura dei critici, secondo i quali «l’esclusiva imputabilità ai dirigenti» finirebbe per mettere al riparo i politici dalle responsabilità per fatti gestionali su cui spesso incidono direttamente. Il tema è delicato anche perché, a seconda delle scelte che saranno compiute in autunno con i decreti attuativi, potrebbe cadere anche una serie di procedimenti contabili avviati con le regole attuali.

Il problema nasce dal fatto che le sovrapposizioni fra la sfera di azione dei vertici amministrativi e quella dei politici sono molte, e tendono a crescere man mano che si scende nella scala dei livelli di governo. Eventuali nomine illegittime negli uffici di staff di persone che non hanno in curriculum i titoli necessari, per esempio, sono una scelta del politico, ma rientrano in pieno anche nella gestione.

In molte città, da Roma a Milano per citare solo le maggiori, negli anni scorsi è esploso il problema dei contratti integrativi fuori norma, che hanno prodotto indennità illegittime a favore dei dipendenti. La firma dei contratti integrativi è uno dei grandi classici nella “gestione” delle amministrazioni, ma i politici siedono al vertice della delegazione di parte pubblica che tratta con i sindacati per la definizione delle intese. Dove finisce, in questo caso, l’indirizzo politico, e dove comincia l’attività gestionale? Poco più di un mese fa la Corte dei conti del Veneto – spiegando che la “sanatoria” tentata lo scorso anno non cancella la responsabilità erariale a carico di chi ha danneggiato i conti pubblici firmando contratti decentrati troppo generosi – ha negato la possibilità di applicare in questo caso l’«esimente politica», cioè la norma che già esiste e che evita a sindaci e assessori il rischio di dover rispondere di scelte dirigenziali.

In fatto di Corte dei conti, comunque, la delega non si occupa solo di ridefinire la geografia delle responsabilità, ma prova anche a risolvere uno dei problemi più gravi del processo contabile, legato al fatto che le condanne, anche se pronunciate in via definitiva, spesso non vengono eseguite. Le relazioni annuali dei Procuratori generali presso la Corte ricordano spesso che il tasso di esecuzione, cioè la quota dei danni erariali “restituiti” dai colpevoli, oscilla fra il 15 e il 20%, e spiegano anche il motivo: l’azione della Corte si ferma al momento della condanna, dopo di che tocca all’amministrazione danneggiata recuperare la somma prevista nella sentenza. Gli enti, però, spesso non si rivelano troppo attenti a recuperare le somme dai loro amministratori, e quindi la condanna si perde: per provare a superare questo problema, la delega chiede che questi crediti rientrino fra i «privilegiati», e assegna al Pm contabile la titolarità dell’azione davanti al giudice civile per l’esecuzione. Sempre con l’obiettivo di aumentare un po’ gli incassi, inoltre, i decreti attuativi dovranno disciplinare il «rito abbreviato»: gli imputati che lo chiederanno in primo grado non potranno subire condanne superiori al 50% del danno contestato, mentre se la richiesta arriva in appello il tetto sale al 70% (si veda anche Il Sole-24 Ore del 6 agosto).

Il Sole 24 Ore – 11 agosto 2015 

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