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Più poteri alle aziende sulle mansioni dei dipendenti. Negli ultimi decreti del Jobs Act nuove regole anche su collaboratori e contratti. Cgil: passi avanti su aumento congedi

Alessandro Barbera. C’è del buono nell’ultimo pacchetto del Jobs Act, dice Susanna Camusso. Per la prima volta da tempo immemore, la Cgil non randella il governo in carica. Due i punti che non dispiacciono alla leader Cgil: «Si è fatto qualche serio passo avanti sul tema della conciliazione fra tempo e lavoro» (il decreto che innalza fino a 12 anni l’età entro la quale ottenere il congedo per i figli) e sulla riforma della cassa integrazione. L’apertura si ferma qui.

Perché fra i sei decreti di attuazione approvati ieri dal consiglio dei ministri (due in via definitiva, quattro dovranno passare dal parere delle Camere) ci sono novità che al mondo sindacale non piacciono per nulla. Primo: le nuove regole sulle mansioni, che modificano lo Statuto dei lavoratori del 1970.

Mansioni, si cambia

Le regole finora hanno previsto l’assegnazione di mansioni diverse purché equivalenti alle ultime svolte e non penalizzanti sulla carriera. Da domani sarà sufficiente che la nuova mansione sia riconducibile al livello precedente. Se poi c’è una «modifica degli assetti aziendali» l’azienda potrà persino assegnare al dipendente mansioni «al livello di inquadramento immediatamente inferiore». In ogni caso non ci potrà essere la riduzione della qualifica e soprattutto dello stipendio, a meno che non sia accessorio, ovvero direttamente collegato alla vecchia mansione. La nuova mansione dovrà essere comunicata per iscritto, a pena di nullità. Secondo una interpretazione estensiva dei decreti l’azienda potrà anche controllare a distanza computer portatili, tablet o telefoni.

Falsi co.co.co

Uno dei decreti prevede la sostanziale abolizione delle finte collaborazioni: dal 2016 qualunque contratto «co.co.pro» con le caratteristiche del lavoro subordinato dovrà essere trasformato a tempo indeterminato. Tre gli elementi per capire se c’è la finta subordinazione: la prestazione deve essere «esclusivamente personale», «continuativa» e «organizzate dal datore di lavoro anche con riferimento ai tempi e al luogo di lavoro». Le collaborazioni saranno ancora possibili se previste da accordi collettivi.

Contratti a termine

È confermato il limite del 20 per cento per l’utilizzo dei contratti a termine da parte dell’imprenditore. In questo caso ci sono svariati però: il limite potrà essere superato nel caso di contratti collettivi, per l’assunzione di lavoratori over 50, dalle università e dai centri di ricerca per chi insegna o fa ricerca, per l’avvio di nuove attività. Nel caso in cui il limite venisse superato, non ci sarà l’obbligo di assumere ma l’azienda dovrà pagare (allo Stato, non al lavoratore) una multa pari alla metà di un mese di stipendio del lavoratore. È invece vietata (e in quel caso scatta l’obbligo di assunzione) la sostituzione con contratti a termine di persone in sciopero o dove sono stati fatti licenziamenti collettivi nei sei mesi precedenti.

La Stampa – 14 giugno 2015

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