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Plasmaferesi e Pfas, Isde Veneto: “Serve uno studio sperimentale concordato con l’Iss, società scientifiche e comitati etici”

“Non esistono livelli ematici di Pfas che possono ritenersi sicuri per la salute umana”. Lo ribadisce a chiare lettere Isde (Internation society of doctors for the Environment) Veneto con una nota nella quale parla senza giri di parole di “effetti tossici determinati dall’accumulo nell’organismo umano negli anni e non tanto dalla loro puntuale concentrazione ematica”.

“Proporre il trattamento plasmaferetico iniziando dai soggetti giovani, sani ed asintomatici – rileva il presidente regionale Vincenzo Cordiano – è criticabile sia sul piano scientifico sia su quello etico. A nostro parere, sarebbe stato più opportuno considerare in primo luogo i soggetti portatori di una o più patologie tumorali e di malattie metabolico-degenerative risultate statisticamente più frequenti nelle popolazioni contaminate dai Pfas. L’infusione di albumina in soggetti privi di patologia per fini sostanzialmente diversi da quelli terapeutici, rappresenta un uso inappropriato di un farmaco importante, di origine umana, di limitata disponibilità e, pertanto, da usare con parsimonia e secondo le indicazioni approvate dalla farmacopea, che non comprendono l’utilizzo di albumina come sostituto del plasma da infondere ai soggetti contaminati da Pfas nè da altri inquinanti industriali”.

La discussione si incardina a proposito della sospensione dell’esecuzione della plasmaferesi e dello scambio plasmatico nei soggetti con elevate concentrazioni di Pfas, decisa dalla Regione Veneto in seguito alle dichiarazioni del Ministro della Salute e di autorevoli ricercatori dell’Istituto superiore di sanità: “Ciò impone delle riflessioni sull’appropriatezza dei provvedimenti attuati dalle istituzioni regionali e nazionali per fronteggiare l’inquinamento da Pfas che ha colpito principalmente un ampio territorio delle province di Verona, Vicenza e Padova. Nel mese di luglio la Regione Veneto aveva inviato all’Iss il protocollo sulla plasmaferesi e lo scambio plasmatico applicati alla rimozione dei Pfas dal sangue dei soggetti contaminati. Il protocollo, a differenza di altri importanti provvedimenti atti a mitigare gli effetti del disastro ambientale, non è stato mai concordato con l’Iss ma nonostante ciò si è ritenuto di procedere ugualmente, senza attendere il parere dell’Istituto che non risulta tra l’altro sia stato specificamente sollecitato nonostante il ritardo nel pronunciarsi”.

Poco conta se “l’intenzione evidentemente era di abbattere drasticamente le concentrazioni di Pfas nel sangue umano e in definitiva di ridurne la tossicità: questa convinzione, per noi medici Isde, non è sufficientemente suffragata da riscontri scientifici e presenta diverse criticità. Studi recenti indicano poi in 0,1 ng/ml le concentrazioni di Pfoa probabilmente non associate ad effetti tossici a carico del sistema immunitario nell’essere umano. E’ noto – incalza Cordiano – che i residenti nella cosiddetta zona rossa hanno una media di Pfoa nel sangue circa 700 volte il livello di sicurezza e che tali livelli sono superati anche dalla maggioranza dei residenti fuori dalla zona rossa. E’ quindi certa una contaminazione di fondo che richiede altri contestuali drastici provvedimenti a protezione della salute pubblica dei cittadini veneti anche al di fuori della zona rossa”.

In conclusione: “Come Isde riteniamo sia necessario disegnare uno studio sperimentale concordato con l’Istituto superiore di sanità e le principali società scientifiche di medicina trasfusionale e di aferesi. Nel protocollo siano definite a priori modalità, procedure, gestione, monitoraggio dei risultati della plasmaferesi e dello scambio plasmatico quale strumento di riduzione delle concentrazioni plasmatiche dei Pfas nonchè i livelli plasmatici che si intendono raggiungere al termine del ciclo di sedute. È indispensabile che lo studio sia approvato dai comitati etici provinciali per la sperimentazione clinica delle aree interessate dall’inquinamento: solo in questo modo si potranno fornire valide risposte ai tanti dubbi espressi dalla comunità scientifica, soddisfare le aspettative della popolazione il cui interesse principale è di vedersi tutelata la propria salute”.

Rovigoindiretta – 7 gennaio 2018

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