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Politiche, 3,7 milioni di veneti al voto. Si eleggono 24 senatori e 51 deputati. Liste e analisi serie e semiserie

1a1a1a1a_0a01aaaaaaaelezioni--401x175Domenica e lunedì sono chiamati alle urne, nelle 4.728 sezioni allestite per l’occasione, 3.717.333 elettori (nel 2008 furono 3.719.555), su un totale di 4.937.333 residenti. Elettori che scendono a 3.438.969 per il Senato, dove può esprimersi solo chi ha compiuto 25 anni. Stando al dato relativo alla Camera, le donne risultano in numero superiore agli uomini: 1.920.672 contro 1.796.847. Altra curiosità: i «nuovi italiani» chiamati a decidere i loro rappresentanti in parlamento saranno 25 mila, ossia più della metà delle 40 mila persone straniere che negli ultimi 5 anni hanno ottenuto la cittadinanza. I giovani italiani che hanno compiuto 18 anni dopo il 14 aprile 2008, invece, sono 196.590. Le liste: Veneto 1Veneto 2 Senato. Di seguito due analisi del voto: una seria… e una un po’ meno.

Il Veneto elegge 75 parlamentari: 24 senatori nell’unico collegio regionale e 51 deputati nei due collegi Veneto 1 (31 onorevoli per Verona, Vicenza, Padova e Rovigo) e Veneto 2 (20 onorevoli per Treviso, Venezia e Belluno). Il numero dei deputati eleggibili in Veneto 1 è stato aumentato di due unità in virtù del censimento del 2011. Si presentano 1.431 candidati, suddivisi in 23 liste al Senato (con due sole coalizioni, quella guidata da Silvio Berlusconi e quella condotta da Pierluigi Bersani), altrettante alla Camera Veneto 1 mentre alla Camera Veneto 2 il numero scende a 18. La soglia di sbarramento alla Camera è del 10% per le coalizioni (2% per i singoli partiti che ne fanno parte) e del 4% per le liste che si presentano da sole, su base nazionale. Al Senato, invece, la soglia di sbarramento è del 20% per le coalizioni (3% per i singoli partiti che ne fanno parte) e dell’8% per le liste che si presentano da sole, ma stavolta su base regionale. Viene poi riconosciuto un premio di maggioranza alla Camera pari al 55% dei seggi totali (340 posti) alla coalizione che vince la competizione su base nazionale, mentre il premio al Senato assegna sempre il 55% dei seggi ma su base regionale (nel caso del Veneto 14 senatori su 24).

Finalmente è finita! Diario di un sopravvissuto alla campagna elettorale

di Massimiliano Pari. Succede che qualche giorno fa vengo bloccato a letto da una brutta influenza. Succede anche che, nella solitudine della casa, provo a cercare compagnia e sollievo dalla televisione, dimenticando di essere in piena campagna elettorale. “Bene! Sarà l’occasione per decidere chi votare.” Mi ripeto fiducioso.

Vengo immediatamente inondato da un trionfo di prolisse dichiarazioni politiche, di più o meno mirabolanti promesse, di urla e insulti. E’ un tripudio di cuccioli imbracciati ed accarezzati, di bambini ostentati, di mogli e fidanzate variabili per età e corporatura. Passano i minuti, le ore ed i giorni sotto tale bombardamento, ma, forse per effetto degli antipiretici, sempre meno riesco a comprendere il senso di ciò che vedo e sento. Chiedo aiuto a mia moglie che prende carta e penna e prova ad appuntarsi quanto le riferisco e poi solennemente riassume: “C’è un partito che propone la smacchiatura del manto di un noto felino che vive in America”. Certamente il programma è ambizioso, ma mi sfugge l’utilità immediata dell’operazione ed effettivamente convengo con mia moglie sulla palese crudeltà nei confronti di animali.

“Un altro partito si raccomanda di correre il prima possibile alle Poste per ritirare dei soldi in contanti che lo Stato ci vuole restituire”, continua mia moglie. Su questo, inizio a preoccuparmi sul mio stato di salute e controllo accuratamente le indicazioni di eventuali sovradosaggi dei medicinali che ho assunto.

“C’è un nuovo movimento” riprende mia moglie “che propone l’abolizione di partiti e sindacati. I loro candidati sono scelti dal web, molti sono blogger, parlano in streaming, ma puoi contattarli nei social network, oppure gli fai un twitter, ma se ti arriva un post con scritto PS, sei fuori dal movimento.”. Lo confesso, in questo caso rinuncio in partenza a tentare di capire.

Provo, invece, un forte disagio alla notizia che a un noto candidato premier hanno attribuito (erroneamente ed a sua insaputa) 2 lauree, un master universitario ed una partecipazione allo Zecchino d’oro. Ma perché arrivare a tali falsità? Il popolo italiano non si lascia certo influenzare da queste cose! Ci sono politici da decenni eletti in Parlamento che a mala pena riescono a parlare e scrivere in italiano.

“Infine c’è un austero accademico che dice di votare per lui, ma che non è candidato, che è giusto alzare le tasse, ma che è anche giusto abbassarle, che la Merkel lo appoggia, ma che la Merkel non si è mai espressa sulle elezioni italiane.” Pur apprezzando la coerenza di tali affermazioni nemmeno in questo caso mi è chiaro programma politico.

“Tutti i partiti però sono d’accordo su un tema importante: l’attuale legge elettorale è la peggiore in assoluto e va cambiata al più presto. Sul punto bisogna dare atto alle forze politiche di una chiara e ludica determinazione. Infatti lo dicevano all’insediamento del secondo Governo Prodi nel 2006, lo ribadivano all’inaugurazione del quarto Governo Berlusconi nel 2008, lo segnalavano allarmati alla nascita dell’Esecutivo Monti nel 2011. Peccato che la fine della legislatura sia arrivata guarda caso qualche minuto prima proprio della discussione decisiva sul nuovo sistema elettorale”. Commosso da tanta determinazione, mi appassiono al dibattito sulla legge elettorale e scopro che non è facile per le forze politiche trovare un’alternativa al c.d. porcellum: il sistema delle preferenze non va bene perché incentiva il voto di scambio, il collegio uninominale comporta lo sgradevole fenomeno dei candidati “catapultati da Roma” in zone di provata ed unilaterale fede politica. Quindi arrivo alla conclusione che le prossime elezioni politiche avverranno per alzata di mano.

Negli ultimi giorni di degenza, non nascondo il sollievo provato alla notizia storica delle dimissioni del Papa, che per qualche ora mi allontana dall’agone politico e mi immerge in un diluvio di documentari su Celestino V trasmesse da tutte le emittenti televisive.

Finalmente arrivano le elezioni. “E’ finita!”, urlo trionfante. Si aprono i seggi e si chiudono gli uffici stampa delle forze politiche ed io, serenamente, mi guardo Masterchef!

Il rischio di un nulla di fatto

di Lucia Annunziata. L’Italia arriva alle sue elezioni “cruciali”, quelle che dovrebbero fornire una rassicurazione ai mercati internazionali sulla sua stabilità, e non produce un risultato sicuro. Fra sei candidati premier e quattro maggiori partiti, il calcolo (non si può dettagliare perché non si possono citare sondaggi) ci dice che il Parlamento non sarà governabile.

Ma ci meraviglia questo risultato? In verità, l’unica cosa che colpisce davvero di questa campagna elettorale è il livello di rimozione di cui, ancora una volta, ci si mostra capaci, come popolo. Abbiamo dimenticato, intanto, che il nostro è un sistema politico in default. Un collasso ufficialmente certificato, del resto, dall’arrivo del governo Monti a novembre del 2011 – un commissariamento di fatto del paese, la prova provata che i partiti da soli non avrebbero saputo navigare la crisi. Un anno dopo, questi stessi partiti, nonostante abbiano avuto tutto il tempo per curare la loro crisi, non hanno fatto alcuna riforma istituzionale. Siamo infatti di nuovo qui a votare con il “porcellum”.

Entra a questo punto in campo lo tsunami di Grillo, cresciuto proporzionalmente alla sfiducia nei confronti del sistema tutto. Alle radici del consenso a Grillo ci sono forti (e giuste) motivazioni di delusione e sofferenza sociale, un grande desiderio di cambiare. E come dargli torto? Ma le ragioni che si raccolgono intorno al M5S lo rendono automaticamente anche più credibile nelle soluzioni che offre? Il secondo elemento rimosso dalla campagna elettorale è proprio questo: la crisi. Quanto più lunga e profonda appare dagli indicatori economici, tante più promesse facili abbiamo ascoltato. Sulle promesse del Pdl, strette nella confusione fra eliminazione delle tasse e restituzione delle stesse forse non c’è bisogno di soffermarsi. E’ indicativo però che lo stesso Professor Monti, che ben conosce le carte , abbia ceduto a tratti a ricette consolatorie (ebbene sì, ha promesso che le tasse possono ora essere tagliate).

Il più cauto è stato forse il Pd – anche per la prudenza dovuta al suo anticipato ruolo di governo. Ma anche il Pd ha fatto promesse che saranno difficili da mantenere. La più irrealizzabile a mio parere e’ quella – che per altro lo impegna con il suo principale alleato, il sindacato, Fiom compresa – di riuscire a invertire il declino dell’industria pesante. Un settore affetto da un mix di malattie – di cui la principale è il default di un capitalismo che non innova e non investe da anni – che hanno molto poco a che fare con la crisi recente. Dove e come trovare gli ingenti fondi per far ripartire la nostra economia rimane in generale un punto vago del programma del partito che porterà un suo uomo, molto probabilmente, a Palazzo Chigi.

Poi c’e’ Grillo da cui abbiamo ascoltato la promessa non solo di lavoro per tutti, ma di un lavoro “che non sostituisca la vita”, orizzonte di una concezione dell’umanità che non si esaurisca nella sopravvivenza. Anche su questo punto, come non essere d’accordo. E come non capire la gente in piazza che celebra questa idea con euforia. Ma e’ una promessa realistica? E’ possible cambiare in corsa il modello produttivo, pagare meno tasse, e trovare i fondi necessari punendo i corrotti, rottamando il vecchio sistema e abbandonando l’Euro? «I soldi ci sono» ripete Grillo.

I conti però non lo dicono. L’unica verità che rimane di questa campagna elettorale è la nostra paura. La fine di anni di benessere, la impossibilità a vedere un futuro positivo per noi e i nostri cari. E non importa come scegliamo di addomesticare questa paura – se con l’odio per gli altri, il razzismo, la violenza ,le minacce, o la galera – la verità che abbiamo bisogno di accettare è che non ci libereremo presto del fatto che il mondo è cambiato, e che non vivremo più come prima

24 febbraio 2013 – riproduzione riservata

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