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Politici, ambientalisti e burocrati. Traffico di rifiuti a Roma, sette arresti. Tra i 22 indagati anche Marrazzo

La politica gli aveva aperto la porta, affidandogli il meno frivolo tra i business — lo smaltimento dei rifiuti — e lui aveva imparato come tenerla aperta, generoso o «larvatamente minatorio» seconda i casi. Manlio Cerroni da Pisoniano (Roma), re della discarica di Malagrotta, la più grande e sanzionata d’Europa, è ora agli arresti domiciliari per reati che vanno dall’associazione per delinquere al traffico di rifiuti, dalla truffa aggravata alla frode in pubbliche forniture, al falso.

«Potere di controllo»

L’ottantaseienne imprenditore e avvocato, monopolista del settore, non ha mai smesso di esercitare «un rilevantissimo potere di controllo in seno all’amministrazione pubblica, tale da far ritenere concreto e attuale il pericolo di recidiva» scrive il gip Maurizio Battistini nell’ordinanza di misure cautelari. «Ha solo evitato che a Roma si verificasse una situazione analoga a quella napoletana» è la replica immediata dei vertici del suo consorzio (Colari). E ancora: «Ha sempre operato correttamente a condizioni economiche particolarmente vantaggiose per l’utenza», aggiunge il collegio di avvocati che lo assiste. Su questo si vedrà dopo che la Corte dei Conti avrà ricevuto (secondo le procedure) la relazione dei pm. Con il patron di Malagrotta, «il Supremo» come è definito nei colloqui intercettati, sono finite ai domiciliari altre sei persone, fra cui il suo storico braccio destro Francesco Rando e l’altro stretto collaboratore Piero Giovi, più il dirigente di Federlazio Ambiente (si faccia caso alle qualifiche) Bruno Landi.

Marrazzo e Hermanin

In tutto risultano indagate per la vicenda 22 persone, fra le quali l’ex presidente della Regione Lazio, il Pd Piero Marrazzo («Estraneo» secondo il difensore Luca Petrucci) per abuso d’ufficio e falso: l’accusa riguarda la firma di un atto al di fuori dei suoi poteri per favorire Cerroni. Indagata anche una pletora di funzionari dell’assessorato regionale all’Ambiente (Luca Fegatelli), collaboratori, portaborse e l’ex assessore all’Ambiente della Giunta di centrosinistra di Badaloni, Giovanni Hermanin. La parabola del self made man che preferiva i consorzi alle holding è descritta in 400 pagine di ordinanza: per la «pressione psicologica» dell’emergenza rifiuti il consiglio regionale del Lazio sarebbe stato piegato per decenni alle esigenze del monopolista.

Ma c’è altro. L’inchiesta, pazientemente condotta (per anni) dal pm Alberto Galanti, è giunta al salto di qualità investigativo solo nel 2013, quando dalla Procura si è ipotizzata l’associazione a delinquere finalizzata al traffico di rifiuti sulla base della documentazione fornita dai carabinieri del Noe (coordinato fino a poco tempo fa dal pluricelebrato «capitano Ultimo», il comandante Sergio De Caprio). Tre anni di intercettazioni hanno ricostruito un sistema di influenze, pressioni, manipolazione delle informazioni (tra i reati contestati il falso) e il più romano tra gli ingredienti: l’utilizzo tanto sapiente quanto frequente dello strumento relazionale.

I soldi alla fondazione di Ronchi

Dalla telefonata al politico «organico» (il deceduto assessore della Margherita Mario Di Carlo) al regalo di Natale per il consigliere amico, il socialista Donato Robilotta, fino alla più ambiziosa lettera aperta all’allora premier Mario Monti in prossimità della chiusura di Malagrotta. Così Cerroni sarebbe riuscito a sostituire prefetti (allo sgradito Giuseppe Pecoraro subentrò nel 2012 il più duttile Goffredo Sottile che, va detto, non è indagato) e orientare giunte regionali per conservare il monopolio dello smaltimento dei rifiuti. Utili anche i finanziamenti ad hoc: così il Verde ed ex ministro all’Ambiente Edo Ronchi ottiene ventimila euro per la sua fondazione «Sviluppo sostenibile». La sempre prorogata Malagrotta sarebbe stata valutata dalle banche un business da due miliardi di euro.

«Vabbè.. se.. voi avete fatto poi quel provvedimento.. che dovevate fare?» dice Cerroni al funzionario regionale Arcangelo Spagnoli che si adopera per fargli avere l’autorizzazione a finanziare con soldi pubblici il termovalorizzatore di Albano. Dall’assessore al manager dell’azienda dei rifiuti: tutti appaiono subalterni al «Supremo».

Dal 1 gennaio 2007 la legge finanziaria stabiliva di erogare incentivi sono ai termo valorizzatori che producevano energia da fonti rinnovabili? Ecco che ci si prodiga per far ottenere l’autorizzazione all’impianto di Cerroni. «Il 28 dicembre 2007, appena quattro giorni dopo la finanziaria, con il provvedimento n.147 emanato dal commissario straordinario Piero Marrazzo è notificato alla ditta tramite Spagnoli, detto provvedimento viene approvato in via definitiva».

Ilaria Sacchettoni – Corriere della Sera – 10 gennaio 2014 

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