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Cassazione. Porta al licenziamento inviare mail di insulti al capo

Inviare una mail di insulti ai capi e “sbianchettare” il certificato medico correggendo la data della malattia sono due pessime idee che portano al licenziamento. La Corte di cassazione, con le sentenze 14995 e 14998 avalla le scelte aziendali di inpartire la massima punizione ai dipendenti, per motivi diversi.

La Cassazione censura il comportamento del lavoratore che invia un a mail di insulti ai capi Nel primo caso la Cassazione non se la sente di premiare l’abitudine di dire le “cose in faccia” al diretto interessato. Viene così censurato il comportamento del lavoratore che decide di reagire alle presunte vessazioni dei suoi capi inviandogli una mail nella quale metteva nero su bianco tutto quello che pensava di loro. La Cassazione non apprezza neppure il “coraggio”, perché le invettive dell’impiegato non erano dirette ai gradini più bassi della gerarchia, ma indirizzate all’amministratore delegato, al capo del personale e al suo diretto superiore.

Il difensore sceglie senza successo la via della perizia psichiatrica

Certamente non pensa di farlo passare come un atto di “coraggio” neppure il difensore del ricorrente che sceglie piuttosto la strada della perizia psichiatrica per dimostrare che nel momento dell’azione incriminata l’impiegato non era del tutto in grado di intendere e di volere. Ma il tentativo non ha successo.

A giustificare il licenziamento la diffusione della notizia a terzi In realtà a giustificare il licenziamento più che gli insulti in, è stata la diffusione della notizia tra terze persone.

Nell’impennata di orgoglio contro i capi l’impiegato ha avuto la sfortuna, un po’ fantozziana, che la mail venisse intercettata e letta dalla segretaria, con relativa diffusione…da qui il licenziamento per giusta causa.

Meritato anche il cartellino rosso al malato immaginario

Meritato anche il cartellino rosso per il “malato immaginario” che risulta assente ingiustificato per quattro giorni. A inchiodarlo una serie di certificati con date alterate o rettificate, in un secondo momento, da un medico diveso da quello che aveva rilasciato la prima “giustificazione”. Tante ed elaborate le spiegazioni fornite dal lavoratore: ma per la Corte nessuna valida.

Il Sole 24 Ore – 8 settembre 2012

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