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Porto Tolle, sbloccata la riconversione a carbone della centrale Enel

Sono passati sette anni da quando l’Enel portava i sindaci del Polesine a vedere le centrali a carbone pulito in giro per il mondo, in particolare in Giappone e Taiwan. Pareva che la conversione di Porto Tolle fosse a portata di mano.

Sappiamo com’è andata: i ricorsi alla magistratura basati sulla legge istitutiva del Parco del Delta del Po, hanno paralizzato la procedura. Dal 2009 la centrale è ferma: la comparazione obbligata delle emissioni era tra un combustibile ecologico come il gas e il carbone. Insostenibile per il carbone. Il settimo anno c’è la ripartenza: la Regione ha cambiato la legge del Parco, la comparazione adesso si fa con l’olio combustibile che veniva adoperato prima, il Consiglio di Stato ne ha preso atto e la sesta sezione ha ribaltato il pronunciamento precedente. Una capriola all’italiana. La nuova sentenza riapre la strada all’Enel. Come nel gioco dell’oca si riparte dal Via (valutazione d’impatto ambientale): l’Enel può riavviare l’iter autorizzativo al ministero dell’Ambiente, sicura che il confronto carbone-olio combustibile le darà la vittoria. C’è il precedente della centrale di Civitavecchia, dove l’abbattimento delle emissioni si dice sia tra il 70 e l’80 per cento, ben superiore al 50 per cento imposto dalla legge. Basta pazientare 12 mesi all’incirca, tempo ritenuto necessario per completare le procedure tra il ministero dell’ambiente e quello dell’industria. Entrambi sono a Roma ma le distanze non sono in chilometri, com’è noto. Forte e chiara si alza la voce dei sindacati contro la burocrazia: «E’ una vittoria della Cisl ma adesso il governo si muova», dice Raffaele Bonanni. «Chi parla di un anno vuole solo ritardare il procedimento e bloccare nuovamente il progetto di Porto Tolle». Precisiamo che a parlare di un anno è l’Enel, non gli irriducibili ambientalisti, contro i quali un comitato di lavoratori delle centrale pensa addirittura di avviare una class action (sulla base di cosa non lo spiegano) e nemmeno gli operatori turistici, molti dei quali hanno perso le speranze di recuperare mai il Delta del Po a quel futuro di Parco previsto dalla legge regionale. Tant’è che i più determinati si sono trasferiti nella laguna di Venezia. Per irrobustire la richiesta, dato l’infelice momento dell’economia, vengono fatte circolare cifre poderose sulla capacità occupazionale della riconversione a carbone della centrale: il cantiere per riadattare gli impianti al nuovo combustibile darebbe lavoro a 3.800 persone. In realtà questa è la punta massima del personale che verrebbe utilizzato nei 6 anni previsti di durata dei lavori: lo dice sempre l’Enel. Il primo anno si comincia con 1000 operai, poi si prosegue con una media di 2000. Una volta riaperta la centrale, i posti stabili saranno 800. L’investimento vale 2,5 miliardi di euro, cifra nella quale sono contenuti i 42 milioni della convenzione firmata con Luca Zaia per rilanciare le attività turistiche del Parco del Delta. Denaro che verrà erogato a tranche di 7 milioni l’anno, appena aperto il cantiere. A parlare con i dirigenti dell’Enel sembra di avere a che fare con tesserati di Legambiente: l’ente si rende conto dei vantaggi che porta ma anche dei dissesti che crea, per questo paga volentieri gli indennizzi. Anche ai pescatori, che dovranno sloggiare dalla Busa del Canarin durante le operazione di scavo del canale. Il carbone arriverà con le bettoline direttamente dal mare e non risalendo il Canal Bianco e ridiscendendo lungo il Po. Almeno questa è una buona notizia.

Il Mattino di Padova – 21 giugno 2012

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