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Post-Covid: rischio sindrome da intubazione. Formazione di una fibrosi all’interno della trachea, che restringendo il lume riduce il passaggio dell’aria

Il Sole 24 Ore. Francesca Cerati, La percezione di chi è stato dimesso dall’ospedale dopo essere stato ricoverato in terapia intensiva per Covid-19 è quella di essere usciti da un incubo. Che, per alcuni, sembra però non avere fine. La difficoltà a respirare permane ed è un’altra pesante conseguenza del post-covid: si chiama sindrome da intubazione, o tracheale, e sta assumendo dimensioni importanti.

«La sindrome tracheale è la formazione di una fibrosi all’interno della trachea, che restringendo il lume riduce il passaggio dell’aria che dalla bocca arriva ai polmoni – spiega Umberto Cariboni, responsabile della sezione di Chirurgia toracica avanzata dell’Istituto Humanitas di Milano – Come dopo un taglio si forma una cicatrice, lo stesso succede quando un paziente viene sollecitato per lungo tempo dalla cannula da intubazione o viene tracheostomizzato: una volta tolto il tubo iniziano i processi di riparazione».

In letteratura prima della pandemia, la sindrome tracheale era un evento abbastanza raro, un caso su 1000 ricoveri in terapia intensiva, ora invece sono molti di più.

«Nell’ultimo anno sono arrivati alla nostra osservazione più di 20 casi – continua Cariboni – Sono però pochi i centri che si occupano di questa patologia. Da qui, l’idea di creare il “Tracheal team”, un ambulatorio polispecialistico dove afferiscono otorino, chirurghi, radiologici che si occupano di trachea e di avviare uno studio multicentrico che coinvolge una decina di ospedali lombardi per sensibilizzare i colleghi e studiare in maniera scientifica il fenomeno.

Lo studio ha una componente osservazionale, in cui tutti i pazienti che sono stati intubati o tracheostomizzati vengono seguiti una volta dimessi e a distanza di due mesi vengono sottoposti a una tac e una spirometria. Nel caso di stenosi il paziente viene mandato nell’ambulatorio trachel team. Ma lo studio ha anche una componente retrospettiva. «Stiamo analizzando tutti i pazienti che fino a dicembre sono stati ricoverati in terapia intensiva per intercettare coloro che hanno sviluppato questa complicanza e di conseguenza trattarli. Il fattore tempo è infatti un parametro importante – spiega Cariboni – Poi è possibile intervenire in due modi se la stenosi non è eccessiva si opera in endoscopia con un broncoscopio per disostruire il canale tracheale con il laser; altrimenti si deve intervenire chirurgicamente: si elimina la parte ristretta (resezione tracheale) e poi si ricollegano le due parti sane delal trachea. A oggi, quest’ultima è l’indicazione principe, con un successo del 95-98 per cento. Il laser è indicato quando il problema è limitato, in letteratura la percentuale di riuscita è intorno al 50% a causa delle recidive».

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