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Pressing sul Governo: niente tetto stipendio per Canzio e Manganelli

Il tetto agli stipendi scatta da subito e per tutti. Giubilo generale nei comunicati ufficiali dei partiti, Lega esclusa che avrebbe voluto di più e infatti ha votato contro, dopo che le commissioni competenti di camera e senato ieri hanno dato parere favorevole al decreto sul taglio a 294 mila euro delle retribuzioni dei superburocrati.

Derubricati, in nome di «inderogabili esigenze di contenimento della spesa pubblica», a perplessità e suggerimenti di modifica quelli che erano i giudizi negativi dei giorni scorsi. Ma i mal di pancia restano e le modifiche al decreto si fanno sempre più vicine. «Ho votato per responsabilità, ma è evidente che correzioni dovranno esserci», spiega Giuliano Cazzola, vicepresidente pdl della commissione lavoro della camera, «il decreto è scritto male ed è a forte rischio di contenzioso». Il parlamento ha chiesto da un lato di estendere espressamente il taglio alle autorità indipendenti, potrebbe bastare un emendamento al decreto semplificazioni, dall’altro di utilizzare l’arma delle deroghe, che la legge concede al governo, per escludere dalla dieta forzata alcuni grand commis come il capo della Polizia, Antonio Manganelli, che ha uno stipendio annuo di 621 mila euro, oppure Mario Canzio, Ragioniere generale dello stato, a quota 562.331 euro. «Le deroghe potrebbero comprendere quegli incarichi di altissimo rilievo istituzionale e di straordinario impegno amministrativo», declina Carlo Vizzini, presidente della prima commissione del senato, «commisurato anche alla quantità e alla qualità delle risorse umane, materiali e finanziarie sottoposte alla direzione di tali posizioni». E non è finita. Perché al ministro della funzione pubblica, Filippo Patroni Griffi, è stato posto il problema di chi è dirigente pubblico ma ha incarichi anche in società partecipate oppure totalmente private. Sono da considerarsi fuori o dentro il perimetro delle amministrazioni di cui all’articolo 1 del decreto 165/2011 per le quali scatta il tetto? Sarebbe il caso il direttore generale dell’Agenzia delle entrate e presidente di Equitalia, Attilio Befera, che solo per il primo incarico prende 306 mila euro annui e altri 250 mila circa per il secondo, ad oggi non è conteggiato. Ma soprattutto di Antonio Mastrapasqua, il presidente dell’Inps che incassa un assegno di 216 mila euro annui per guidare l’ente previdenziale ed è recordman di incarichi aggiuntivi: se ne contano ben 25, di cui 14 in società private. Il monte salari supera gli 1,2 milioni di euro. Si può cumulare o si deve tagliare? Patroni Griffi, bersagliato dalle domande degli onorevoli sul da farsi, ha preso tempo per riferire direttamente al premier. Del resto, il decreto incriminato è firmato da Mario Monti, che finora ha detto no a ogni discorso di deroghe o di eccezioni. Come finirà è difficile dirlo.
ItaliaOggi – 2 marzo 2012

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