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Previdenza. Carriera, aspettativa di vita, Pil. Ecco le tre parole d’ordine per capire i segreti della pensione

pensioni tabella speranza vitaVolete avere un’idea di cosa potrebbe essere scritto dentro la famosa «Busta arancione» che l’Inps dovrebbe mandare a tutti i lavoratori? In queste pagina CorriereEconomia ha fatto qualche conto, cercando di spiegare le tre variabili che incombono sulle future pensioni. A seconda di come andranno la carriera e l’Azienda Italia, per esempio, per un trentenne il rapporto fra la pensione e l’ultima retribuzione potrà oscillare dal 93% al 48%. Un divario estremamente ampio: la differenza fra avere un vitalizio quasi pari all’ultimo stipendio o vivere a mezza pensione. E non è finita. Oltre al rischio contributivo (la dinamica della carriera), e a quello finanziario (l’andamento del Pil) c’è quello demografico: con l’invecchiamento della popolazione si andrà in pensione sempre più tardi. In Italia si attende da anni il lancio su grande scala della «Busta arancione»

Il documento, diffuso in altri paesi, che indica al lavoratore la data del pensionamento e una ragionevole stima dell’assegno che potrà incassare. Da noi, invece, questo strumento che aiuta a pianificare il proprio futuro, è stato trasmesso a un campione molto limitato di lavoratori. Ora, finalmente, il governo vuole correre ai ripari. Secondo il Def varato nei giorni scorsi, il ministero del Lavoro progressivamente informerà tutti i lavoratori delle diverse gestioni Inps sulla loro futura condizione pensionistica attraverso il «Progetto trasparenza».

In questo scenario, le simulazioni realizzate per CorrierEconomia dal Progetica, società indipendente di consulenza in educazione e pianificazione finanziaria e previdenziale mostrano la rilevanza delle variabili utilizzate per il calcolo della pensione. Sono una sorta di bussola, insomma, che aiuta a orientarsi nelle nebbie del futuro previdenziale.

«Abbiamo simulato una possibile Busta arancione per quattro profili di lavoratori — spiega Sergio Sorgi, vice presidente di Progetica — dipendenti e autonomi, 30 enni e 40 enni. Le tabelle mostrano come sia il quando, cioè la data di pensionamento, sia il quanto della pensione sono soggetti a variabilità. Non è impossibile sapere quando si andrà in pensione e con quanto. Ma è necessario muoversi all’interno di forchette di stima, che vanno aggiornate annualmente e che si restringeranno man mano che si avvicina il ritiro dal lavoro».

Intervallo

Per quanto riguarda l’anno di pensionamento viene mostrato l’intervallo. «Per un trentenne, per esempio, oscilla fra il 2050 e il 2053 — dice Andrea Carbone, partner di Progetica — la variabilità è dovuta a diversi scenari sull’allungamento della speranza di vita: più si vive a lungo, maggiore sarà l’incremento dei requisiti per andare in pensione». Le simulazioni di Progetica mostrano anche la stima della futura pensione netta per due profili di reddito: mille euro netti al mese per un 30 enne, 1.500 per un 40 enne. Per stimare il valore della pensione bisogna innanzitutto scegliere una riga: quella più in alto rappresenta una carriera brillante (crescita annua della retribuzione pari al 2% in termini reali, cioè al netto dell’inflazione), l’intermedia si riferisce a un incremento annuo dell’1%, l’ultima infine è relativa a una carriera piatta, con retribuzione stabile. Una volta scelta la riga, si passa alle colonne: la prima indica un’Azienda Italia che non cresce, con un Pil che non aumenta o è addirittura in flessione, com’è avvenuto negli ultimi anni.

Una variabile che incide in misura rilevante: nel sistema contributivo, infatti, le pensioni sono agganciate alla media quinquennale del Pil. Fra il 2009 e il 2013, la media è stata pari al -0,8%: in termini reali, in pratica, i contributi versati hanno perso potere d’acquisto. «Naturalmente più la carriera e il Pil crescono, più l’importo della pensione sarà elevato in termini assoluti — spiega Carbone —. Se invece si guarda al rapporto fra pensione e ultima retribuzione, le cose cambiano. Se la carriera è in crescita, i contributi versati non riescono a stare dietro agli incrementi di salario e quindi sarà più basso il tasso di sostituzione, cioè il rapporto fra pensione e ultima retribuzione».

L’ultimo dato stimato riguarda infine l’impatto della discontinuità contributiva che affligge profili sempre più numerosi nel mondo del lavoro, come un giovane precario o un esodato sessantenne. Per un trentenne, per esempio, tre sospensioni annuali nell’arco di dieci anni possono significare in media 51 euro in meno al mese rispetto a pensioni già basse (seicento-mille euro al mese). Per un sessantenne, le conseguenze sono ancora più pesanti: in questo caso, infatti, la perdita è di 139 euro al mese. «Bisogna essere consapevoli che da solo il Pil può fare la differenza sull’importo dell’assegno — sottolinea Carbone —. Se l’economia va bene gli assegni saranno decisamente più alti. E’ inoltre importante creare le condizioni per un lavoro il più possibile stabile, e fare in modo che queste informazioni arrivino ai cittadini. In questo senso sarebbe davvero auspicabile che il nuovo governo dedicasse attenzione al tema inviando la Busta arancione».

CorriereEconomia – 14 aprile 2014 

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