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Previdenza/ “Delenda Fornero est” ma restano interrogativi aperti. “Quote 100,102, 103 non sono una riforma ma solamente una bandierina da mettere per un anno e che avvantaggia pochi lavoratori”

di Claudio Testuzza, Il Sole 24 Ore. Da molti anni è iniziato un attacco alla così detta Riforma Fornero del 2011. Una riforma prodotta, dal governo Monti, in un momento di grave crisi economia ed anche istituzionale, della nostra nazione. Il governo Monti nacque su iniziativa del Presidente della Repubblica : un governo “tecnico” che doveva evitare all’Italia l’insolvenza dei conti pubblici che stava rischiando con il governo precedente. All’epoca lo Stato non era sicuro di potersi finanziare, erano in dubbio i pagamenti delle pensioni e i pagamenti degli stipendi dei dipendenti pubblici. C’era una pressione vera dei mercati finanziari e lo spread era arrivato a 574 punti.

Quello di Monti fu il governo delle scelte impopolari e dell’austerità, delle riforme economiche, fiscali e previdenziali che l’Unione Europea chiedeva all’Italia e che i partiti non erano stati in grado di attuare. Fu quello della riforma delle pensioni di Elsa Fornero (contenuta nel decreto “Salva Italia”, la prima norma introdotta dal governo Monti), dell’Imu sulla prima casa, del pareggio di bilancio in Costituzione, delle liberalizzazioni, e della razionalizzazione della spesa pubblica.
L’azione più significativa fu la riforma Fornero, uno degli interventi che aiutò di più la sostenibilità dei conti pubblici a lungo termine e che favorì l’equità intergenerazionale. Questo al netto del fatto che la riforma è stata poi politicamente catalogata come un disastro avendo avuto l’obiettivo di porre il limite alle pensioni di vecchiaia a 67 anni rispetto ai 65 anni delle norme precedenti, e quelle anticipate a 41/42 anni e dieci mesi. Tutti questi traguardi, però, collegati all’aspettativa di vita (in crescita) con obiettivi d’età e di contribuzione previsti sempre più elevati
D’allora per la professoressa Fornero e per la “sua” riforma non c’è stato più pace. Si sono prodotti sempre nuovi interventi finalizzati a mitigare il così detto “scalone ” previsto dalla legge. Ci si è inventato di tutto ma, soprattutto, si è dato fondo alla rincorsa dei numeri con le quote, già presenti nel passato, con cui sarebbe stato possibile andare in pensione, anticipata, sommando l’età anagrafica agli anni di contribuzione.
Questo metodo è diventato la bandiera, in particolare della Lega, che ne ha fatto il suo vessillo e del suo Segretario, che parafrasando Catone il Censore e il suo “Carthago delenda est” è stato trasformato con un più moderno “Fornero delenda est”.
Con il risultato di aver avuto, per il 2019-2021 una costosa, 12 miliardi di euro, Quota 100, – 62 anni d’età e 38 anni di contribuzione – di cui, però, hanno usufruito solamente 380 mila lavoratori rispetto ai 990 mila previsti. A seguire quota 102, – 64 anni d’età e 38 anni di contribuzione – stabilita dal Governo Draghi, con 8.000 uscite rispetto alle 16.000 previste. Ma quello che è diventato lo stendardo previdenziale della Lega è il numero “41”, cioè gli anni di contribuzione per uscire dal lavoro. Dapprima, e sino a pochi giorni fa, indicato indipendentemente dall’età, ma, per necessità di bilancio, collegato, invece, anche con un limite minimo d’età previsto di 62anni: Quota 103. Quota di cui potrebbero beneficiare circa 45 mila lavoratori nel primo anno con una spesa intorno al miliardo di euro. Ricordiamo che la legge Fornero non si era di molto allontanata dai 41 anni indicati dalla Lega, prevedendo, per il pensionamento anticipato, 41 e 10 mesi per le donne e 42 anni e 10 mesi per gli uomini, senza alcun limite d’età.
Resta, poi, insoluto il problema dei 67 anni per la pensione di vecchiaia per coloro che non potranno vantare almeno 41 anni di contribuzione. Di questo nessuno ne parla forse perché non fa audience e metterebbe in luce che 100,102, 103 non sono una riforma ma solamente una bandierina da mettere per un anno e che avvantaggia pochi lavoratori.

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